La Cina respinge la nuova offensiva economica degli Stati Uniti contro l’Iran e avverte Washington che adotterà “tutte le misure necessarie” per difendere i propri interessi. La presa di posizione di Pechino arriva dopo il lancio dell’“Operation Economic Outcast”, la campagna con cui l’amministrazione Trump punta ad aumentare ulteriormente l’isolamento finanziario di Teheran, minacciando conseguenze anche per chi continuerà a intrattenere rapporti economici con la Repubblica islamica.
“Abbiamo già dichiarato molte volte che ci opponiamo fermamente alle sanzioni unilaterali illegali”, ha dichiarato Lin Jian, portavoce del ministero degli Esteri cinese, durante il briefing con la stampa a Pechino. La Cina, ha aggiunto, “adotterà tutte le misure necessarie per salvaguardare fermamente i propri diritti e interessi legittimi”.
L’offensiva economica degli Stati Uniti
La reazione cinese arriva dopo che il dipartimento del Tesoro americano ha dato il via all’Operation Economic Outcast, presentata dal segretario al Tesoro Scott Bessent come una nuova fase della pressione economica contro l’Iran.
Il primo pacchetto comprende sanzioni contro 60 tra individui, società, organizzazioni e imbarcazioni. Washington ha inoltre ampliato il perimetro delle possibili sanzioni secondarie a cinque settori dell’economia iraniana: asset digitali, tecnologia, oro, aviazione e trasporto marittimo.
L’obiettivo dichiarato degli Stati Uniti è restringere ulteriormente l’accesso dell’Iran ai mercati e ai circuiti finanziari internazionali e colpire i canali utilizzati da Teheran per aggirare le restrizioni già esistenti.
Ma l’offensiva va oltre i soggetti iraniani. Bessent ha rivolto un avvertimento ai governi e agli operatori economici stranieri: chi continuerà a garantire sostegno finanziario a Teheran rischia di essere raggiunto dalle misure americane e, nei casi più gravi, di vedere compromesso il proprio accesso al sistema finanziario statunitense.
Perché la stretta riguarda direttamente la Cina
È soprattutto quest’ultimo aspetto a spiegare la dura reazione di Pechino. La Cina è il principale acquirente del petrolio iraniano e negli ultimi anni ha rappresentato uno dei mercati fondamentali per le esportazioni energetiche di Teheran.
Secondo i dati citati da Reuters, le spedizioni iraniane verso la Cina sono tuttavia diminuite sensibilmente negli ultimi mesi: ad agosto sarebbero scese a circa 534mila barili al giorno, dagli 823mila di luglio. A pesare è anche il blocco americano che ha già ridotto la capacità iraniana di esportare greggio.
Washington ha già colpito in passato aziende e raffinerie cinesi coinvolte nel commercio con l’Iran. Nel nuovo pacchetto, tuttavia, l’amministrazione Trump ha evitato per il momento la misura più delicata: sanzionare direttamente le grandi istituzioni finanziarie cinesi che potrebbero essere coinvolte nei rapporti economici con Teheran.
Bessent ha spiegato che un intervento di questo tipo potrebbe avere conseguenze destabilizzanti sul sistema finanziario globale. La minaccia di ulteriori misure resta però sul tavolo.
Pechino: “Sanzioni e pressioni non sono la soluzione”
La posizione espressa da Lin Jian è coerente con quella sostenuta dalla Cina nelle ultime settimane. Già alla vigilia dell’annuncio americano, Pechino aveva affermato che sanzioni e pressioni non possono risolvere la crisi iraniana, invitando le parti alla moderazione.
La Cina contesta in particolare il ricorso statunitense alle sanzioni unilaterali ed extraterritoriali, che possono avere conseguenze anche su società e istituzioni di Paesi terzi.
La nuova offensiva economica arriva inoltre in un momento di forte tensione tra Stati Uniti e Iran, dopo quasi sei mesi di conflitto e il fallimento dei tentativi di arrivare a una tregua stabile. Al centro della crisi resta anche lo Stretto di Hormuz, passaggio cruciale per le esportazioni mondiali di energia e fortemente condizionato dalle operazioni militari degli ultimi mesi.
Teheran ha già promesso di reagire alla nuova stretta americana. Con la presa di posizione di Pechino, la strategia di Washington apre però anche un fronte particolarmente delicato con la Cina: colpire in maniera più aggressiva i canali attraverso cui l’Iran continua a vendere il proprio petrolio significherebbe infatti confrontarsi direttamente con il suo principale cliente energetico.
