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Guerra Iran-Usa, la Turchia chiede la cattura internazionale di Netanyahu per il caso Flotilla

Ankara avvia la procedura per una Red Notice Interpol contro il premier israeliano. Pezeshkian apre alla fine della guerra con gli Stati Uniti: "Meglio farlo ora, da una posizione di forza". Washington prepara nuove pesantissime sanzioni contro Teheran

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Netanyahu sulla guerra all'Iran

Netanyahu sulla guerra all'Iran | Shutterstock - alanews

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

La crisi in Medio Oriente si allarga anche sul fronte diplomatico e giudiziario. La Turchia ha avviato la procedura per ottenere una Red Notice dell’Interpol nei confronti del primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu, nell’ambito dell’inchiesta sull’intercettazione della Global Sumud Flotilla diretta verso Gaza. La decisione arriva mentre prosegue la guerra tra Stati Uniti e Iran e da Teheran il presidente Masoud Pezeshkian torna a parlare apertamente della possibilità di mettere fine al conflitto.

Ankara contro Netanyahu per il caso Flotilla

Il ministro della Giustizia turco Akin Gürlek ha annunciato che il suo dicastero ha chiesto al ministero dell’Interno di avviare le procedure per ottenere dall’Interpol una Red Notice contro Netanyahu e contro Afek Moskovitch, indicato dalle autorità turche come un responsabile israeliano della sicurezza.

I due erano già stati raggiunti il 14 luglio da mandati d’arresto emessi in Turchia. Il procedimento davanti all’11esima Corte penale di Istanbul coinvolge complessivamente 35 imputati ed è legato all’intercettazione, avvenuta lo scorso maggio in acque internazionali, delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla che tentavano di raggiungere Gaza con aiuti umanitari.

Le accuse formulate dalla magistratura turca sono estremamente pesanti e comprendono genocidio, crimini contro l’umanità, tortura, privazione aggravata della libertà personale, lesioni intenzionali, danneggiamento, rapina aggravata e dirottamento di mezzi di trasporto.

Una Red Notice dell’Interpol, se accolta, non equivale automaticamente a un mandato di arresto internazionale valido in ogni Paese: costituisce una richiesta alle forze di polizia degli Stati membri di individuare e, sulla base delle rispettive legislazioni nazionali, eventualmente arrestare provvisoriamente una persona in vista di un procedimento di estradizione.

La Flotilla: “Rompere un’impunità che dura da troppo tempo”

La decisione turca è stata accolta favorevolmente dalla Global Sumud Flotilla. Maria Elena Delia, portavoce italiana della missione, ha sostenuto che iniziative giudiziarie di questo tipo possano contribuire a riconoscere l’illegalità delle azioni compiute contro la spedizione e a “rompere un’impunità che dura da troppo tempo”.

Durissima la reazione israeliana. L’ufficio di Netanyahu ha definito l’iniziativa di Ankara un “tentativo patetico” di Recep Tayyip Erdogan di intimidire i leader e i soldati israeliani. Il premier ha inoltre attaccato direttamente il presidente turco, definendolo un “dittatore antisemita”.

Lo scontro giudiziario si inserisce in rapporti già estremamente deteriorati tra Turchia e Israele, divisi non soltanto sulla guerra a Gaza ma anche sui nuovi equilibri regionali e sulla Siria.

Pezeshkian: “Meglio mettere fine alla guerra oggi”

Parallelamente arriva da Teheran uno dei segnali politici più significativi delle ultime settimane. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha sostenuto che sarebbe preferibile mettere fine alla guerra con gli Stati Uniti adesso, presentando però l’eventuale scelta negoziale non come una resa ma come una decisione da assumere da una posizione che l’Iran considera ancora favorevole.

“È meglio porre fine alla guerra oggi, quando siamo in una posizione di forza e dignità”, ha affermato Pezeshkian secondo l’agenzia iraniana Isna.

Le sue parole arrivano mentre all’interno della leadership iraniana emergono differenze sulla strategia da seguire. Una parte dell’apparato politico spinge verso la diplomazia e la ricostruzione economica, mentre settori più duri continuano a sostenere la prosecuzione dello scontro. La guerra e il blocco delle esportazioni petrolifere hanno infatti aggravato le difficoltà dell’economia iraniana, aumentando la pressione su Teheran.

Washington prepara una nuova stretta economica

Gli Stati Uniti, intanto, non allentano la pressione. L’amministrazione Trump si prepara ad annunciare un nuovo e durissimo pacchetto di sanzioni contro l’Iran, mentre Washington punta a isolare ulteriormente Teheran e i suoi principali partner commerciali.

Il segretario al Tesoro Scott Bessent ha anticipato quelle che Washington presenta come le “sanzioni più dure della storia”, con una particolare attenzione anche ai Paesi che continuano ad acquistare petrolio iraniano. Al centro della strategia americana c’è soprattutto la Cina, principale destinazione delle esportazioni energetiche di Teheran.

La Repubblica islamica denuncia invece le misure statunitensi come un’estensione extraterritoriale delle sanzioni e continua a rivendicare la propria capacità di resistenza.

Hormuz resta il punto più delicato della crisi

A rendere ancora più fragile lo scenario resta lo Stretto di Hormuz, una delle rotte energetiche più importanti al mondo. Prima della guerra attraverso il passaggio transitavano oltre 20 milioni di barili di petrolio al giorno; secondo gli ultimi dati citati da Reuters, i flussi si sono drasticamente ridotti dall’inizio del conflitto.

Trump ha rivendicato nelle ultime ore il vantaggio militare americano e ha sostenuto che gli Stati Uniti siano ormai vicini ad avere il pieno controllo dello Stretto. Teheran, pur mostrando aperture diplomatiche attraverso Pezeshkian, continua però ad avvertire che risponderà a eventuali nuovi attacchi.

Il quadro resta quindi segnato da due spinte opposte: da una parte il tentativo di una parte della leadership iraniana di trovare una via d’uscita dal conflitto, dall’altra la crescente pressione militare ed economica americana e l’allargamento dello scontro politico regionale, ora ulteriormente alimentato dall’iniziativa della Turchia contro Netanyahu.

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