La lotta alla desertificazione e alla siccità prova a uscire dall’ombra dei grandi negoziati internazionali sul clima. A Ulaanbaatar, in Mongolia, si è aperta il 17 agosto la Cop17 della Convenzione delle Nazioni Unite per la lotta alla desertificazione (UNCCD), appuntamento che fino al 28 agosto riunirà delegati di 196 Paesi e dell’Unione europea. Al centro dei negoziati c’è soprattutto una questione: come trasformare oltre 12 miliardi di dollari di impegni finanziari in interventi concreti per i Paesi più vulnerabili.
Dalla Cop16 di Riyadh ai progetti sul territorio
Il summit arriva due anni dopo la Cop16 di Riyadh, che aveva segnato una svolta nell’attenzione internazionale riservata al degrado del suolo. Proprio in Arabia Saudita è stata lanciata la Riyadh Global Drought Resilience Partnership, iniziativa pensata per abbandonare una gestione della siccità basata principalmente sulle emergenze e costruire invece sistemi capaci di prevenirne e limitarne gli effetti.
La partnership coinvolge 74 Paesi particolarmente vulnerabili e si basa su tre pilastri: rafforzamento delle capacità nazionali, finanziamento dei progetti e condivisione di conoscenze e tecnologie. Dopo la fase preparatoria, la Cop17 dovrà contribuire a portare il programma verso la piena operatività.
Gli interventi possono assumere forme molto diverse: dalla modernizzazione dei sistemi di irrigazione alla costruzione di infrastrutture per raccogliere e conservare l’acqua piovana, fino alla diffusione di colture più resistenti alla siccità e al recupero dei terreni ormai degradati.
La sicurezza alimentare al centro della Cop17
A rendere il vertice particolarmente delicato è il legame sempre più evidente tra condizioni dei suoli, disponibilità d’acqua e sicurezza alimentare. Siccità prolungate e temperature estreme possono ridurre i raccolti, aumentare la pressione sulle risorse idriche e contribuire alla crescita dei prezzi dei prodotti agricoli.
La nuova segretaria esecutiva dell’UNCCD, Yasmine Fouad, ha indicato proprio la sicurezza alimentare come uno dei temi centrali del confronto: recuperare terreni degradati significa infatti aumentare la quantità di suolo produttivo disponibile e rendere l’agricoltura meno vulnerabile agli shock climatici.
Il problema ha dimensioni enormi. Secondo l’UNCCD, ogni anno circa un milione di chilometri quadrati di terre sane e produttive, un’area paragonabile all’Egitto, vengono degradati. Se le tendenze attuali continueranno, entro il 2050 un territorio grande quasi quanto il Sud America potrebbe essere interessato da un degrado persistente.
Dodici miliardi sono soltanto l’inizio
I finanziamenti promessi rappresentano quindi un passo avanti, ma restano lontani dalle risorse necessarie. Le più recenti valutazioni dell’UNCCD stimano che per raggiungere gli obiettivi mondiali di ripristino dei terreni e resilienza alla siccità servano circa 355 miliardi di dollari l’anno tra il 2025 e il 2030. Gli investimenti attuali sono molto inferiori e il contributo dei capitali privati rimane limitato.
È proprio su questo divario che Ulaanbaatar dovrà cercare di intervenire. Finora i 12 miliardi mobilitati con le iniziative nate dalla Cop16 provengono soprattutto dal settore pubblico e dalle istituzioni finanziarie, mentre l’obiettivo è coinvolgere maggiormente anche le imprese. Aziende alimentari, tessili e altri settori che dipendono direttamente dall’acqua, dall’agricoltura e dalla disponibilità di materie prime hanno infatti un interesse economico diretto nella protezione dei territori.
Il ragionamento delle Nazioni Unite è che il recupero dei suoli non rappresenti soltanto un costo ambientale. Il degrado della terra, la desertificazione e la siccità generano già perdite economiche globali stimate in quasi 900 miliardi di dollari l’anno, mentre investimenti più consistenti nel ripristino potrebbero produrre benefici economici annuali nell’ordine di 1.800 miliardi.
La Convenzione Onu che cerca un nuovo peso
La UNCCD è nata nel solco del Summit della Terra di Rio del 1992 insieme alle altre due grandi convenzioni ambientali delle Nazioni Unite dedicate al cambiamento climatico e alla biodiversità. Per decenni, tuttavia, la desertificazione ha ricevuto meno attenzione politica e finanziaria.
La successione di siccità estreme, crisi idriche e perdita di terreni fertili sta modificando questa gerarchia. Anche perché le conseguenze non si fermano ai confini dei Paesi direttamente colpiti: possono ripercuotersi sulle catene di approvvigionamento, sui prezzi alimentari, sulle migrazioni e sulla stabilità economica.
La Cop17, organizzata con il motto “Restoring Land. Restoring Hope”, dovrà quindi dimostrare soprattutto che gli impegni finanziari possono trasformarsi in risultati misurabili. Dopo anni di piani e promesse, la partita di Ulaanbaatar sarà quella dell’attuazione: portare i miliardi annunciati fino ai territori in cui acqua e suolo stanno diventando risorse sempre più scarse.
