Il tema del disarmo di Hamas è tornato al centro dei negoziati su Gaza con l’annuncio del 30 luglio 2026, quando Donald Trump ha dichiarato su Truth Social che il suo Board of Peace avrebbe raggiunto un’intesa per la consegna graduale delle armi e il successivo ritiro delle forze israeliane; né Hamas né Israele hanno però immediatamente confermato di aver accettato i termini così come descritti dal presidente statunitense, e la proposta si inserisce in una lunga sequenza di iniziative avviate dall’ottobre 2023.
Il disarmo di Hamas come unica condizione per la fine della guerra
Il lungo dibattito sul tema mostra che la stessa parola “disarmo” è stata definita in modi molto diversi da governi, mediatori e rappresentanti politici. Non è la prima volta, dall’inizio della guerra, che la fine delle ostilità viene legata alla smilitarizzazione del gruppo palestinese. Dietro la stessa formula, tuttavia, si sono susseguite proposte molto diverse per obiettivi, condizioni e soggetti chiamati a garantirne l’attuazione.
Il disarmo nasce come obiettivo unilaterale della guerra israeliana e soltanto in seguito entra nei documenti diplomatici come possibile componente di un accordo politico. In quasi tutti i casi, però, la richiesta riguarda esclusivamente le armi palestinesi. L’apparato militare israeliano, la sua presenza nella Striscia e il controllo che continuerà a esercitare sul territorio vengono discussi separatamente, o presentati come garanzia di sicurezza.
Disarmo di Hamas, dalle prime settimane della guerra all’obiettivo militare
Nelle settimane successive al 7 ottobre 2023 il governo di Israele non proponeva una consegna negoziata delle armi ma dichiarava l’intenzione di distruggere le capacità militari e amministrative di Hamas, con l’ affermazione pubblica del 30 ottobre 2023 di Benjamin Netanyahu sul “chiaro obiettivo” di eliminare le capacità del gruppo sia sul piano militare sia su quello governativo: modalità con cui il premier ha voluto giustificare politicamente l’offensiva israeliana su Gaza come misura rivolta alla sconfitta di un’organizzazione armata.
Nei mesi successivi il linguaggio si è evoluto: la retorica della “sconfitta” ha lasciato spazio al concetto più ampio di smilitarizzazione della Striscia, formulazione che includeva non solo il disarmo dei combattenti ma anche lo smantellamento di tunnel, razzi e strutture operative. Questa progressione ha fatto emergere una prima ambiguità semantica, perché “disarmare Hamas“, “smantellare capacità militari” e “smilitarizzare Gaza” non descrivono necessariamente lo stesso risultato né la stessa distribuzione del potere sul territorio.
Nel corso del 2024 la richiesta di armi palestinesi è rimasta separata dal tema dell’apparato militare israeliano e dalla presenza delle sue forze nella Striscia, presentata spesso come garanzia di sicurezza piuttosto che come oggetto negoziale equivalente, e questa separazione ha contribuito a definire il disarmo come condizione mirata esclusivamente alle componenti armate palestinesi.
La distinzione tra un’organizzazione, le sue infrastrutture e il controllo del territorio ha continuato a pesare nelle valutazioni diplomatiche successive, aprendo spazi di disputa su chi dovesse stabilire quali strumenti e quali attori potessero conservarsi armi legittime nel futuro assetto di Gaza.
Dal piano del 2024 alle proposte arabe e palestinesi
Il principale piano per il cessate il fuoco discusso nel 2024, approvato anche dal Consiglio di sicurezza con la risoluzione 2735, non prevedeva l’obbligo esplicito per Hamas di consegnare le armi, ma articolava il processo in tre fasi che includevano il cessate il fuoco, la liberazione di ostaggi e un ritiro israeliano dalle aree abitate, seguito da una fase politica dedicata alla fine permanente delle ostilità e alla ricostruzione; in quel quadro il governo futuro di Gaza veniva rimandato a un negoziato successivo e la questione del disarmo non fu posta come condizione preliminare per porre fine alla guerra.
L’assenza di un obbligo formale nella risoluzione del 2024 segnò una priorità diplomatica focalizzata sul fermare i bombardamenti, restituire spazio alla popolazione e consentire ai soccorsi di operare, rinviando a una fase ulteriore la definizione delle autorità e delle normative sulla sicurezza.
Nel 2025 la richiesta arriva anche dall’Autorità palestinese
Nel 2025 il dibattito si è spostato anche sulle soluzioni proposte dalla regione: a marzo i paesi arabi hanno approvato il piano egiziano per la ricostruzione di Gaza che escludeva l’espulsione della popolazione e prendeva le mosse verso la nascita di un’amministrazione palestinese, mentre a maggio il presidente dell’Autorità palestinese a Baghdad chiese a Hamas di rinunciare al governo della Striscia e di consegnare le armi alle istituzioni palestinesi, collegando però tale richiesta a condizioni quali un cessate il fuoco permanente, la liberazione di ostaggi e prigionieri, l’ingresso degli aiuti, il ritiro completo di Israele e la prospettiva di uno Stato palestinese.
Questa impostazione differiva da quella israeliana. Le armi non sarebbero state consegnate a una forza internazionale o a Israele, ma a un’autorità palestinese. Inoltre il disarmo avrebbe dovuto inserirsi in un processo per terminare l’occupazione, non sostituirlo.
La proposta rimaneva comunque controversa: l’Autorità palestinese non governa Gaza dal 2007 e la sua legittimità è contestata da una parte consistente della popolazione palestinese. Affidarle la gestione della Striscia senza elezioni e sotto la supervisione di attori esterni rischierebbe quindi di produrre un’amministrazione formalmente palestinese, ma con un’autonomia politica e militare limitata.
La Dichiarazione di New York e lo Stato palestinese smilitarizzato
A luglio del 2025 la questione del disarmo è stata inserita in una cornice multilaterale con la Dichiarazione di New York, promossa in sede Onu e coniata con l’obiettivo di condannare gli attacchi del 7 ottobre, chiedere la liberazione degli ostaggi e sostenere che Hamas dovesse terminare il proprio governo a Gaza per consegnare le armi all‘Autorità palestinese; la stessa dichiarazione è stata accompagnata dal riconoscimento dello Stato di Palestina e dalla riaffermazione della soluzione dei due Stati. A settembre l’Assemblea generale dell’Onu approvò la dichiarazione con 142 voti favorevoli, dieci contrari e dodici astensioni, e in quella formulazione la smilitarizzazione venne prospettata non solo come misura contro Hamas ma come caratteristica del futuro Stato palestinese.
Questa impostazione ha evidenziato una possibile asimmetria: mentre ai palestinesi veniva richiesto di dimostrare preventivamente l’assenza di una minaccia armata, a Israele non veniva imposto un disarmo equivalente, con il risultato che il controllo esterno e le garanzie di sicurezza internazionali potevano consolidare una differenza sostanziale nel possesso e nella legittimazione delle armi. La scelta di far confluire le armi verso l’Autorità palestinese, anziché a forze internazionali o a Israele, è rimasta però controversa per la legittimità e la capacità di governo effettiva dell’Autorità stessa su Gaza dal 2007.
Hamas e il rifiuto di consegnare le armi durante l’occupazione
Hamas ha ribadito che non consegnerà le proprie armi finchè non l’occupazione israeliana non cesserà completamente, smentendo nell’agosto del 2025 la disponibilità alla smilitarizzazione e definendo la resistenza armata un diritto fino alla costituzione di uno Stato palestinese sovrano, mentre nel febbraio del 2026 Khaled Meshaal ribadì che disarmare i palestinesi in presenza di forze israeliane permanenti li renderebbe più vulnerabili.
Allo stesso tempo il gruppo politico-militare ha avanzato proposte meno radicali sul piano pratico, come la possibilità di tregue di lunga durata con congelamento dell’uso delle armi per periodi di cinque, sette o dieci anni e l’ipotesi, espressa a giugno del 2026 da Husam Badran, che il passaggio del potere a un comitato palestinese lascerebbe in strada soltanto le armi della polizia ufficiale, rimandando il destino dell’arsenale militare a discussioni più ampie tra fazioni palestinesi.
L’accordo sul disarmo di Hamas annunciato da Trump e le questioni ancora aperte
Il 30 luglio 2026 Donald Trump ha annunciato un’intesa che prevedrebbe il disarmo completo e graduale di Hamas e degli altri gruppi armati, con una consegna delle armi parallela al ritiro israeliano e il dispiegamento di una forza internazionale di stabilizzazione insieme a una nuova polizia palestinese; secondo funzionari statunitensi la prima fase avrebbe comportato la consegna soltanto delle armi della polizia di Gaza, mentre armi pesanti, tunnel e altre infrastrutture sarebbero state affrontate in una fase successiva nell’arco di un periodo compreso tra 200 e 350 giorni.
Restano aperte le questioni sull’ordine degli eventi richiesti dalle parti: Hamas lega l’avvio del disarmo al ritiro delle forze israeliane, mentre Israele pretende garanzie sulla smilitarizzazione prima di abbandonare le aree che controlla, un conflitto che ha bloccato molte proposte nei tre anni precedenti.
La questione centrale non è soltanto quante volte si è invocato il disarmo di Hamas ma perché quella stessa richiesta venga spesso separata dall’occupazione, dal controllo dei confini e dello spazio aereo e dalla possibilità per i palestinesi di costituire uno Stato realmente sovrano; senza una definizione condivisa di questi elementi, il disarmo rischia di trasformarsi in una nuova modalità di distribuzione del potere su Gaza piuttosto che nella condizione effettiva per mettere fine alla guerra.
