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Baby gang, perché multare i genitori è la risposta sbagliata

Sanzionare i genitori risolve il problema delle baby gang? Analisi e dati sulla devianza giovanile: perché le multe non bastano e quali sono le vere alternative

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Dei maranza

alanews.it

Marta Colazzo di Marta Colazzo

L’aumento della percezione di insicurezza nelle città riporta ciclicamente al centro del dibattito pubblico il fenomeno delle baby gang e le strategie per contrastarlo: ma perché multare i genitori è la risposta sbagliata? Tra le proposte emerse sul piano politico e normativo spicca l’introduzione di sanzioni economiche e multe ai genitori dei minori coinvolti in atti vandalici o reati di strada.

Tuttavia, l’analisi dei dati sulla devianza giovanile e il parere di psicologi, sociologi e giuristi evidenziano come la strada delle sanzioni pecuniarie alle famiglie rischi di rivelarsi inefficace, se non controproducente.

5 motivi per cui le multe ai genitori non fermano le baby gang

  1. Impatto sui contesti socio-economici fragili: la devianza giovanile si sviluppa frequentemente in contesti segnati da povertà educativa e disagio economico. Colpire con sanzioni pecuniarie famiglie che già versano in gravi difficoltà finanziarie non offre strumenti di riscatto, ma rischia soltanto di aggravare l’emarginazione del nucleo familiare.
  2. Repressione anziché prevenzione educativa: la multa è una misura puramente punitiva che non agisce sulle cause profonde della violenza giovanile, quali dispersione ed evasione scolastica o assenza di spazi di aggregazione sani sul territorio. Ma anche difficoltà nella gestione della rabbia e dell’emotività e ricerca irrazionale di status all’interno del gruppo dei pari.
  3. Frattura del rapporto tra genitori e figli: dover pagare per i reati commessi dai figli rischia di innescare dinamiche domestiche di forte risentimento e impotenza. Invece di favorire l’alleanza tra istituzioni e famiglia, la sanzione economica incrementa le tensioni interne, privando i genitori della già fragile autorevolezza educativa.
  4. Scarsa efficacia come deterrente per i minori: nelle condotte aggressive adolescenti, il freno inibitorio legato alle conseguenze economiche per la famiglia è quasi nullo. Durante le azioni di gruppo, le dinamiche di branco, il bisogno di approvazione social e la pressione dei pari prevalgono nettamente sulla consapevolezza del danno economico arrecato ai genitori.
  5. Scarico di responsabilità dalle istituzioni alle famiglie: affidarsi unicamente alle sanzioni monetarie significa trasferire l’intero peso di un problema sociale complesso sulle sole famiglie, riducendo l’impegno dello Stato sul fronte dei servizi sociali, della psicologia scolastica e della mediazione culturale.

I dati sulla violenza minorile in Italia: percezione vs realtà

Per comprendere l’effetto reale delle politiche di contrasto occorre analizzare i dati ufficiali del Ministero dell’Interno e degli istituti di ricerca sulla criminalità minorile:

L’Italia registra valori contenuti nel panorama europeo, con circa 363 segnalazioni di minori ogni 100.000 abitanti (rispetto alle oltre 2.200 della Germania e 1.600 della Francia). Dopo il picco post-pandemico, i reati commessi da minori mostrano un calo generale (-4,15%), in particolare per furti (-11,7%), risse (-16,4%) e minacce (-10,8%), mentre restano in lieve aumento le rapine in strada.

In Italia prevalgono gruppi fluidi ed estemporanei. Il 70-75% degli illeciti viene compiuto da piccoli nuclei di 2 o 3 individui, mentre le gang strutturate e gerarchizzate rappresentano casi isolati. Il 43% dei giovani protagonisti di condotte devianti vive situazioni di forte conflittualità o sofferenza relazionale all’interno delle mura domestiche.

Quali sono le alternative efficaci alle sanzioni?

Superare la logica dell’emergenza e della punizione economica richiede interventi strutturali orientati alla prevenzione:

  1. Presidio educativo territoriale: potenziamento dei servizi sociali e dei centri diurni per giovanissimi.

  2. Supporto alla genitorialità: percorsi di affiancamento per le famiglie in situazioni di vulnerabilità psicologica ed economica.

  3. Giustizia riparativa: coinvolgimento diretto del minore in percorsi rieducativi e lavori di pubblica utilità per comprendere il valore del danno arrecato alla comunità.

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