Zendaya ha indossato alla première londinese di “Odissea” un abito bianco ispirato alle figure della mitologia greca e due grandi dischi d’oro come orecchini. Il look scelto sembrava costruito per richiamare Athena, il personaggio interpretato dall’attrice nel film di Christopher Nolan. A spostare l’attenzione dalla moda all’archeologia, però, è stata la natura dei gioielli: non semplici riproduzioni, ma placche che il venditore presenta come reperti iraniani risalenti al primo millennio avanti Cristo.
“A pair of Ziwiye gold medallion plaques, circa 1st millennium BC Iran. Mounted by Glenn Spiro with diamonds in yellow gold” -Barron London https://t.co/5qT78S0Tnm pic.twitter.com/fXp2ghaGUY
— Ivory (@IvoryMali) July 5, 2026
Zendaya, cosa sappiamo degli orecchini indossati a Londra
Sul sito di Barron London, società specializzata in gioielli antichi, i pezzi vengono descritti come “due placche-medaglione d’oro di Ziwiye”, provenienti dall’Iran e databili al primo millennio a.C. Le placche sono state inserite dal gioielliere londinese Glenn Spiro in una montatura contemporanea di oro giallo e diamanti. Gli orecchini, dunque, non sarebbero greci: il riferimento è a Ziwiye, sito archeologico situato nella provincia iraniana del Kurdistan. La scheda pubblica di Barron London, tuttavia, indica origine e datazione, ma non ricostruisce la catena dei proprietari, il momento dell’uscita dall’Iran o gli eventuali documenti di esportazione.
È proprio questa lacuna ad avere alimentato le critiche: l’archeologa e divulgatrice nota sui social come Dr Z ha sostenuto che i reperti potrebbero essere stati saccheggiati e ha contestato la scelta di trasformare oggetti archeologici autentici in accessori di lusso. The New Arab ha chiesto chiarimenti a Barron London in merito, ma senza ricevere risposta.
Gli orecchini di Zendaya sono stati saccheggiati?
Non esiste, al momento, una prova pubblica che permetta di affermare che queste due placche specifiche siano state rubate o esportate illegalmente. Il sospetto, però, è tutt’altro che arbitrario.
Ziwiye è un sito archeologico dell’Iran nordoccidentale legato a una storia di scavi incontrollati, commerci opachi e reperti privati del proprio contesto. Secondo l’Encyclopaedia Iranica, attorno al 1947 alcuni abitanti avrebbero trovato oggetti in oro, argento, bronzo e avorio, dividendoli, tagliandoli e vendendoli. Nei decenni successivi centinaia di manufatti attribuiti a Ziwiye apparvero nelle botteghe di antiquari, nelle aste e nelle collezioni occidentali. Alcuni erano probabilmente autentici, altri provenivano forse da siti differenti e una parte è risultata composta da falsi moderni.
L’archeologa e divulgatrice conosciuta online come Dr. Z ha quindi collegato la provenienza opaca dei gioielli al contesto politico contemporaneo: “Questi reperti sono probabilmente stati saccheggiati dall’Iran e oggi adornano le orecchie di un’attrice americana, proveniente da un Paese che ha appena bombardato l’Iran”.
Perché usare una replica sarebbe stato più responsabile
La responsabilità dietro a quegli orecchini non riguarda direttamente l’attrice ma soprattutto la filiera che li ha acquistati, trasformati in gioielli e affidati a una celebrità, sfruttando il loro carattere autentico come simbolo di esclusività. Il reperto viene usato come strumento di distinzione sociale e il suo valore non deriva più soltanto dalla bellezza, ma dal fatto che poche persone possono possedere e indossare un frammento della storia di un altro Paese.
Una replica avrebbe prodotto lo stesso effetto estetico senza legittimare un mercato che prospera sulla scarsità dei documenti e sulla dispersione del patrimonio culturale. La Convenzione Unesco del 1970 riconosce nel traffico illecito una causa di impoverimento dei Paesi d’origine e richiama commercianti e collezionisti alla registrazione della provenienza dei beni.
Non è possibile dire con certezza che gli orecchini siano stati saccheggiati ma un reperto iraniano senza una provenienza pubblicamente verificabile non avrebbe dovuto essere normalizzato come accessorio da red carpet. Finché la sua storia non verrà documentata, celebrarlo significa privilegiare il prestigio del collezionista rispetto al diritto di una comunità a conoscere e conservare il proprio patrimonio.
