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Tajani torna a chiedere l’estradizione di Alessio Casimirri: chi è l’ex brigatista del caso Moro

Il ministro degli Esteri torna a chiedere che Alessio Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana. L'ex brigatista, condannato all'ergastolo per il caso Moro, vive da oltre quarant'anni in Nicaragua

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Antonio Tajani parla davanti ai microfoni con bandiere italiana ed europea

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Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

L’Italia non intende rinunciare alla richiesta di estradizione di Alessio Casimirri. A ribadirlo è stato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, che in una nota della Farnesina ha sottolineato come il governo continuerà a chiedere che l’ex brigatista risponda davanti alla giustizia italiana per i reati di cui è stato riconosciuto colpevole.

“L’Italia continuerà a chiedere che Casimirri risponda davanti alla giustizia italiana per i reati di cui è stato riconosciuto colpevole, come è già stato chiesto anche con una risoluzione del Parlamento europeo”, ha dichiarato Tajani. Il vicepremier ha inoltre evidenziato che il nostro Paese continuerà a portare avanti questa richiesta “nel rispetto della memoria delle vittime del terrorismo e dei principi di giustizia”.

Le parole del ministro arrivano mentre resta aperto uno dei capitoli più controversi e irrisolti della storia del terrorismo italiano: quello di Alessio Casimirri, ex membro delle Brigate Rosse condannato all’ergastolo per il suo ruolo nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro.

Chi è Alessio Casimirri

Nato a Roma nel 1951, Alessio Casimirri entrò nelle Brigate Rosse nella seconda metà degli anni Settanta, durante gli anni più drammatici della lotta armata in Italia. Conosciuto all’interno dell’organizzazione con il nome di battaglia “Camillo”, fu uno dei militanti coinvolti nelle principali operazioni della colonna romana delle Brigate Rosse.

Secondo le sentenze passate in giudicato, Casimirri partecipò all’agguato di via Fani del 16 marzo 1978, l’azione con cui le Brigate Rosse sequestrarono il presidente della Democrazia Cristiana Aldo Moro, uccidendo i cinque uomini della sua scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Raffaele Iozzino, Giulio Rivera e Francesco Zizzi.

Per il suo coinvolgimento nell’operazione è stato condannato in via definitiva all’ergastolo dalla magistratura italiana.

Il ruolo nel caso Moro

L’agguato di via Fani rappresenta uno degli episodi più tragici della storia repubblicana. La mattina del 16 marzo 1978 un commando delle Brigate Rosse bloccò le vetture su cui viaggiava Aldo Moro e aprì il fuoco contro gli agenti della scorta.

Cinque uomini vennero uccisi in pochi secondi e Moro fu rapito, dando inizio a 55 giorni di prigionia che avrebbero segnato profondamente la storia italiana.

Il corpo dello statista democristiano fu ritrovato il 9 maggio 1978 nel bagagliaio di una Renault 4 rossa parcheggiata in via Caetani, nel centro di Roma.

Nel corso dei processi celebrati negli anni successivi, Casimirri è stato individuato come uno dei componenti del commando di via Fani. Le sentenze hanno accertato la sua responsabilità nei fatti che portarono al sequestro Moro e alla strage della scorta.

La fuga in Nicaragua

Dopo aver lasciato l’Italia all’inizio degli anni Ottanta, Casimirri si stabilì in Nicaragua, allora governato dal Fronte Sandinista di Liberazione Nazionale.

Nel Paese centroamericano ottenne la cittadinanza nicaraguense e costruì una nuova vita. Da decenni vive a Managua, dove ha gestito attività imprenditoriali nel settore della ristorazione.

Proprio la cittadinanza acquisita e la protezione garantita dalle autorità locali hanno impedito finora l’esecuzione della condanna all’ergastolo emessa in Italia.

Nel corso degli anni diversi governi italiani hanno avanzato richieste di estradizione, senza però ottenere risultati concreti.

L’unico del commando di via Fani mai arrestato

La vicenda di Casimirri continua a suscitare particolare attenzione perché rappresenta un caso unico tra i protagonisti del sequestro Moro.

È infatti considerato l’unico componente del commando di via Fani a non essere mai stato arrestato e a non aver mai scontato la pena inflitta dalla giustizia italiana.

Mentre gli altri brigatisti coinvolti nell’operazione sono stati processati e detenuti, Casimirri è riuscito a sottrarsi all’esecuzione della condanna rifugiandosi all’estero.

Per questo motivo il suo nome continua a essere evocato ogni volta che si affrontano i temi della memoria delle vittime del terrorismo e della ricerca della piena verità sugli anni di piombo.

La nuova richiesta del governo italiano

La dichiarazione di Tajani conferma che la posizione dell’Italia non è cambiata. Roma continua a ritenere che Casimirri debba essere consegnato alla magistratura italiana per scontare la pena definitiva che gli è stata inflitta.

La questione assume anche una valenza diplomatica, considerando che il Nicaragua continua a garantire protezione all’ex brigatista. Non a caso il Parlamento europeo si è espresso in passato a favore della richiesta italiana, invitando Managua a collaborare con le autorità giudiziarie del nostro Paese.

A quasi cinquant’anni dal sequestro Moro, il caso Casimirri resta una delle pagine ancora aperte della stagione del terrorismo italiano, simbolo delle difficoltà incontrate dall’Italia nel perseguire tutti i responsabili degli anni di piombo e nel dare piena attuazione alle sentenze definitive emesse dalla magistratura.

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