L’INPS ha erogato nel 2025 19,8 miliardi di euro con l’Assegno unico e universale, raggiungendo oltre 6 milioni di nuclei e 10 milioni di figli. La misura resta ampia, ma il 25º Rapporto dell’Istituto ha rilevato che incentivi finanziari, soprattutto se di entità limitata, non sono sufficienti a modificare le scelte riproduttive. Il quadro demografico resta in calo e l’Assegno non ha invertito la diminuzione delle nascite né rafforzato in modo diffuso la partecipazione femminile al lavoro.
L’importo dell’Assegno è legato all’ISEE del nucleo e all’età dei figli, con una quota variabile progressiva: massimo di 203,8 euro per figlio minore con ISEE fino a 17.468,51 euro e minimo di 58,3 euro per figlio minore in assenza di ISEE o con ISEE pari o superiore a 46.582,71 euro.
Platea e adesione
La platea ha registrato una lieve contrazione rispetto all’anno precedente. Nel 2025 hanno ricevuto l’Assegno 6,3 milioni di nuclei, contro i 6,4 milioni del 2024; i figli destinatari sono stati 10 milioni, a fronte dei 10,1 milioni del 2024. Il dossier quantifica il take-up complessivo al 94,9% dei potenziali beneficiari.
I grandi numeri restano stabili, ma con una lenta erosione della platea. Pur consolidandosi come strumento universale, l’Assegno non ha cambiato la traiettoria della natalità nazionale descritta nel rapporto: l’andamento delle nascite continua a diminuire e gli aiuti monetari, isolatamente considerati, non incidono sulle decisioni di fecondità.
Differenze territoriali
Il rapporto evidenzia un dato controintuitivo: le regioni meridionali raggiungono il valore più alto di take-up, pari al 98,8%, mentre Centro e Nord mostrano percentuali inferiori. La copertura dunque è ampia, ma non omogenea sul territorio, con il Sud che intercetta quasi la totalità dei potenziali aventi diritto.
Maggiorazioni per genitori lavoratori
L’INPS registra una diffusione significativa delle maggiorazioni rivolte ai nuclei in cui entrambi i genitori lavorano. A dicembre 2025 erano circa 2 milioni i nuclei beneficiari, con prevalenza di coppie di lavoratori dipendenti. La ripartizione: 66% coppie con entrambi i genitori dipendenti; 17% coppie con un genitore dipendente e l’altro autonomo; 3% entrambi autonomi; il restante 15% comprende situazioni eterogenee, tra cui genitori unici, pensionati o percettori di Naspi.
Restano fuori dalla maggiorazione circa 4 milioni di nuclei. Secondo l’Istituto, le principali cause sono l’assenza dei requisiti legati all’età dei figli (figli divenuti maggiorenni) o il superamento della soglia ISEE necessaria per l’accesso al beneficio aggiuntivo.
Effetti su fecondità e lavoro femminile
Nel capitolo dedicato agli impatti, l’INPS rileva che l’Assegno ha prodotto una riduzione della probabilità di essere occupate in alcuni gruppi di donne, in particolare tra le madri nelle prime fasi della carriera e con un legame più debole al mercato del lavoro. L’introduzione della misura si associa anche a un incremento del part-time tra le madri a reddito più basso.
Queste dinamiche, osserva il rapporto, possono complicare il rientro lavorativo e la continuità contributiva, con riflessi sul gap di genere nelle pensioni. Per questo l’Assegno viene collocato dall’Istituto dentro un pacchetto più ampio di politiche: accanto alla prestazione restano operativi strumenti come il bonus Bebè, il bonus Asilo nido e altre misure mirate a migliorare l’accesso ai servizi per l’infanzia e la sostenibilità del lavoro femminile.
Nel complesso, il 25º Rapporto fissa il take-up dell’Assegno unico e universale al 94,9% dei potenziali destinatari, con una platea pari a 6,3 milioni di nuclei nel 2025.
