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Dodici Stati Usa citano in giudizio la fusione Warner-Paramount per timori antitrust

L'azione legale mira a bloccare l'operazione da 110 miliardi, temendo il controllo del 27% della distribuzione cinematografica

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Loghi affiancati di Paramount Pictures e Warner Bros. Entertainment. Dodici Stati Usa citano in giudizio la fusione Warner-Paramount per timori antitrust

Dodici Stati Usa citano in giudizio la fusione Warner-Paramount per timori antitrust | X@JaeGamez

Marta Colazzo di Marta Colazzo

Dodici procuratori generali statali Usa hanno citato in giudizio Paramount davanti a un tribunale federale della California per chiedere di bloccare la fusione da 110 miliardi di dollari con Warner Bros. Discovery. Secondo l’atto, l’operazione ridurrebbe la concorrenza nei mercati del cinema e della tv via cavo e consegnerebbe alla nuova entità circa il 27% della distribuzione cinematografica e oltre il 30% del segmento dei blockbuster.

Dodici Stati Usa citano in giudizio la fusione Warner-Paramount

I querelanti sostengono che l’integrazione porterebbe a prezzi più alti, qualità inferiore e minore disponibilità di film e serie per sale cinematografiche, operatori via cavo e abbonati. Il documento elenca quote e dati di mercato e punta a fermare l’operazione prima della finalizzazione. Viene segnalata la concentrazione nei canali via cavo e il potenziale impatto sui titoli di grande richiamo, con l’argomento che la combinazione di librerie e studi rafforzerebbe il potere di mercato complessivo.

A guidare la causa è il procuratore generale della California, Rob Bonta, alla testa di una coalizione che comprende anche Arizona, Colorado, Connecticut, Massachusetts, Minnesota, Nevada, New Jersey, New Mexico, New York, Oregon e Washington. Bonta ha annunciato l’azione in un editoriale su Variety e ha aggiunto: “Sto guidando una coalizione di 12 procuratori generali statali per portare Paramount e Warner Bros. in tribunale e fermare questa fusione illegale“. Nel merito, gli uffici dei procuratori generali insistono sul rischio di un’unica controparte dominante nelle trattative con esercenti e distributori via cavo, con possibili ricadute sull’offerta e sul prezzo finale.

Il via libera del Dipartimento di Giustizia

Il Dipartimento di Giustizia ha approvato a giugno l’operazione dopo un’indagine durata otto mesi, concludendo che la transazione non avrebbe danneggiato la concorrenza nei mercati della televisione, delle piattaforme di streaming e della produzione di contenuti. L’amministrazione Trump aveva sostenuto che le prove raccolte indicavano come la fusione potesse aumentare la concorrenza, rafforzando la capacità della nuova entità di sfidare i leader dello streaming.

Le autorità statali possono comunque contestare un via libera federale quando ritengono che una fusione minacci mercati locali o categorie specifiche di prodotto. Avvocati antitrust consultati in passato osservano che questi contenziosi si concentrano spesso su sottosegmenti, per esempio i blockbuster o i canali di news, più che su un mercato generalista. Bonta ha aggiunto che, a suo avviso, la concentrazione ridurrebbe anche il pluralismo informativo: “Dare così tanto potere a una sola azienda mediatica cancellerebbe la concorrenza“, accusando la fusione di mettere a rischio giornalisti, documentaristi e produzioni indipendenti.

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