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Data center, la Lombardia si ribella: le motivazioni della prima protesta in Italia

A Lacchiarella sabato 11 luglio ci sarò una delle prime manifestazioni italiane contro queste infrastrutture. I consumi record e i rischi per la salute allarmano i residenti

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Data Center, la prima protesta in Italia - nella foto, un data center

Un Data Center Charlie fong — CC BY-SA 4.0 — via Wikimedia Commons (https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=119147718)

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

9 luglio 2026 – I data center sono diventati il nuovo terreno di scontro tra territori e Big Tech e lo sono diventati anche in Italia: sabato prossimo, alle 10, a Lacchiarella si terrà una delle prime manifestazioni contro la costruzione di un data center nel nostro Paese. A organizzarla è il Comitato di Ciarlasco e, come racconta Il Manifesto, si tratta dell’ultimo atto di un processo di organizzazione dal basso che da mesi coinvolge l’intero territorio della Lombardia. La regione, infatti, è diventata suo malgrado il nuovo hub del Sud Europa per queste infrastrutture, impianti dedicati alla raccolta, archiviazione ed elaborazione dei dati per l’intelligenza artificiale.

Data center a Lacchiarella: il campus più grande d’Italia consumerà come Bologna

Il caso di Lacchiarella è quello che preoccupa di più. In quest’area verde situata nel Parco Sud Agricolo è stata approvata la costruzione del campus più grande d’Italia: un investimento di 3 miliardi di euro per 5 data center collegati all’adiacente rete ad alta tensione, con un consumo previsto annuo pari a quello dell’intera città di Bologna.

Secondo Enrico Duranti, fondatore del Comitato di Ciarlasco, l’eventuale impatto sociale, ambientale e sanitario della struttura sarebbe enorme. Uno dei nodi riguarda i generatori diesel di emergenza, la cui capacità di stoccaggio di sostanze pericolose supera i 4mila litri, facendo rientrare l’impianto nell’ambito della direttiva Seveso III. Sul fronte termico, si stima un aumento fino a 5 gradi centigradi nel raggio di due chilometri.

Le zone rurali si mobilitano

Le infrastrutture in fase di costruzione e progettazione sono numerose e si aggiungono alle 67 già attive in Lombardia; gli operatori, intanto, prevedono investimenti per 22 miliardi di euro in Italia nei prossimi cinque anni. Una concentrazione che ha generato forti preoccupazioni per i rischi legati alla salute, al consumo di suolo e di acqua e all’impatto sulle reti elettriche, spingendo i residenti a organizzarsi. È già successo negli Stati Uniti dove, in pochi mesi, si è formato un movimento popolare: centinaia di gruppi locali si sono mobilitati per fermare la realizzazione di strutture di iperscala. Un esito non scontato, considerando che la maggior parte di questi impianti nasce nelle zone rurali, le più difficili da mobilitare data anche la distanza geografica tra i residenti.

Grazie al lavoro di queste comunità che oggi conosciamo la pericolosità di simili strutture. Infatti, lo scorso 4 luglio i comitati locali dei comuni di Certosa, Bollate, Abbiategrasso, Sant’Alessio, Siziano, Lacchiarella, Redecesio-Segrate, Buscate e Magenta si sono riuniti a Certosa su iniziativa del comitato locale, insieme alla sindaca di Borgarello Alberta Samuele, al consigliere regionale di Avs Onorio Rosati e al capogruppo della Lista Civica per Certosa, Enrico Battaglia, per portare questa lotta anche in Italia: quella dei territori rurali contro i data center.

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