La Corte d’appello di Parigi ha giudicato colpevole oggi, 7 luglio 2025, Marine Le Pen. La leader del Rassemblement National è formalmente candidabile nel 2027, ma il braccialetto elettronico per un anno complica la campagna.
È stata confermata la condanna in primo grado nel dossier dei presunti falsi impieghi al Parlamento europeo. Il collegio ha ribadito una pena di quattro anni di carcere, di cui due con la condizionale, e ha mantenuto l’obbligo del braccialetto elettronico per dodici mesi. I giudici hanno ritenuto che la pena accessoria di ineleggibilità, fissata inizialmente a cinque anni, fosse “già stata scontata”, lasciando aperta la strada a una sua eventuale candidatura all’Eliseo nel 2027.
Marine Le Pen dichiarata colpevole
Il tribunale di primo grado, con la decisione del 31 marzo 2025, ha quantificato il danno alle casse delle istituzioni europee in 3,2 milioni di euro, dopo aver scomputato 1,1 milioni già rimborsati da alcuni dei 25 imputati. Nel provvedimento i giudici hanno richiamato la ripetizione delle condotte e hanno calcolato anche il massimale recuperabile alla luce delle restituzioni già effettuate.
Secondo l’accusa, gli importi versati dal Parlamento europeo erano destinati a compensare attività svolte nell’esercizio del mandato a Bruxelles e Strasburgo. Gli investigatori ritengono invece che, tra il 2004 e il 2016, parte di quei fondi sia stata utilizzata per retribuire persone che lavoravano in realtà per il partito o per dirigenti politici, al di fuori dell’attività parlamentare. Per i magistrati ciò integra ipotesi di reato come appropriazione indebita e ricettazione, oltre a un quadro di contratti ritenuti simulati nelle motivazioni della sentenza di primo grado.
La linea della difesa in appello
In appello, la strategia difensiva ha insistito sull’assenza di dolo e sulla natura amministrativa delle irregolarità contestate. “Se c’è stata una colpa – ha detto Le Pen ai giudici – io non ho mai sentito di aver commesso alcun reato“. Gli avvocati hanno chiesto che l’eventuale responsabilità personale venga valutata soprattutto sull’elemento intenzionale, non come mera violazione procedurale, sostenendo che le regole sui rimborsi per le collaborazioni parlamentari sono complesse e si sono evolute nel tempo.
La difesa ha inoltre ricordato che gli incarichi contestati risalgono ad assunzioni effettuate nel 2004, 2009 e 2014. In aula è stata richiamata anche la responsabilità procedurale del Parlamento europeo: secondo la tesi difensiva, l’istituzione “aveva conoscenza dell’insieme di elementi costitutivi di quei contratti“ e non avrebbe segnalato per tempo eventuali anomalie. Su questo punto gli avvocati hanno ribadito il carattere non doloso di alcune irregolarità, che a loro giudizio deriverebbero da prassi amministrative non univoche.
