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Iran, il Nyt: “Israele voleva colpire i negoziatori per fermare la pace”

Le rivelazioni di New York Times, Washington Post e Wall Street Journal raccontano presunti piani israeliani contro i rappresentanti iraniani impegnati nei negoziati. Gli Stati Uniti avrebbero messo in guardia L'Iran, mentre un volo ufficiale sarebbe stato costretto a un atterraggio d'emergenza

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Il ministro degli esteri Abbas Araghchi

EPA/ABEDIN TAHERKENAREH - Alanews.it

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

La diplomazia tra Stati Uniti e Iran si sarebbe mossa per settimane sotto la minaccia di un possibile attacco israeliano contro i principali negoziatori di Teheran. Secondo quanto riportato dal New York Times, funzionari americani avrebbero temuto che Israele volesse eliminare Abbas Araghchi, ministro degli Esteri iraniano, e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento, proprio mentre erano in corso i colloqui per fermare il conflitto.

La ricostruzione, ripresa anche da altre testate statunitensi, racconta un nuovo capitolo della complessa partita tra intelligence americana, israeliana e iraniana. Quando Washington avrebbe intercettato il rischio di un’operazione mirata, gli Stati Uniti avrebbero avvertito Teheran attraverso intermediari regionali, invitando la Repubblica islamica ad adottare ulteriori misure di sicurezza per proteggere i propri emissari.

Secondo le fonti citate dal quotidiano americano, la preoccupazione della Casa Bianca era che un eventuale attacco contro i negoziatori potesse far deragliare il dialogo diplomatico e compromettere mesi di trattative.

I negoziatori al centro delle trattative

Abbas Araghchi e Mohammad Bagher Ghalibaf non erano figure secondarie nel percorso negoziale. Erano i principali rappresentanti scelti da Teheran per dialogare con Washington e avevano il compito di guidare una delle fasi più delicate dei rapporti tra Iran e Stati Uniti degli ultimi anni.

Secondo la valutazione attribuita ai funzionari americani, colpire i due emissari avrebbe significato privare l’Iran dei suoi interlocutori più autorevoli proprio nel momento decisivo delle trattative.

Durante il conflitto, Israele aveva già mostrato di considerare obiettivi legittimi esponenti politici e militari della Repubblica islamica. Le ricostruzioni citate dal New York Times sostengono che la strategia israeliana fosse quella di indebolire la leadership iraniana colpendone le figure più influenti.

Con l’arrivo della tregua, tuttavia, sarebbe emersa una differenza di vedute tra Washington e Tel Aviv. Mentre gli Stati Uniti cercavano di mantenere aperto il canale diplomatico, il governo guidato da Benjamin Netanyahu avrebbe continuato a guardare con forte scetticismo al negoziato.

L’allarme degli Stati Uniti

Secondo il New York Times, la minaccia sarebbe stata percepita anche da Teheran, che aveva chiesto garanzie per la sicurezza dei propri rappresentanti.

Parallelamente, gli Stati Uniti avrebbero intensificato il monitoraggio delle informazioni raccolte dall’intelligence, nel timore che un’azione contro i negoziatori potesse compromettere l’intero processo diplomatico.

La vicenda si inserisce in una tradizione storica ben nota in Medio Oriente, dove le operazioni mirate contro dirigenti politici e militari hanno spesso rappresentato uno strumento di pressione strategica.

Nelle ricostruzioni viene ricordato, ad esempio, il precedente di Hassan Salameh, esponente palestinese che aveva sviluppato contatti con la Cia e che venne ucciso dal Mossad a Beirut nel 1979. Un episodio che, secondo gli analisti, mostra come le operazioni contro figure considerate strategiche abbiano precedenti consolidati nella storia della regione.

Il vertice di Islamabad e la protezione del Pakistan

L’allarme sarebbe cresciuto ulteriormente in occasione di un incontro previsto ad aprile a Islamabad, in Pakistan, tra il vicepresidente americano JD Vance e la delegazione iraniana.

Secondo la ricostruzione riportata dal New York Times, Teheran avrebbe chiesto garanzie aggiuntive per la sicurezza dei propri emissari. Le autorità pachistane avrebbero quindi predisposto misure straordinarie, arrivando a far scortare il velivolo della delegazione iraniana da caccia militari pachistani durante parte del tragitto.

La scelta di ricorrere a una scorta aerea testimonia il livello di preoccupazione che circondava gli spostamenti dei due negoziatori iraniani.

Il volo dirottato su Mashhad

La fase più delicata sarebbe arrivata al termine dei colloqui: durante il volo di ritorno verso l’Iran, i servizi di sicurezza avrebbero ricevuto informazioni sulla presenza di due caccia israeliani provenienti dall’area irachena. Secondo la ricostruzione, la possibilità di un’intercettazione avrebbe spinto le autorità iraniane ad agire immediatamente.

Per motivi precauzionali sarebbe stato deciso di dirottare il velivolo sull’aeroporto di Mashhad, nel nord-est dell’Iran e vicino al confine pachistano.

Una volta atterrati, Araghchi e Ghalibaf avrebbero proseguito il viaggio verso Teheran via terra, sotto protezione, evitando così ulteriori rischi durante il tragitto aereo.

Le circostanze dell’episodio non sono state confermate ufficialmente dai governi coinvolti, ma vengono citate dalle fonti americane come uno degli elementi che avrebbero contribuito ad alimentare l’allerta attorno alla sicurezza della delegazione iraniana.

Le divergenze tra Washington e Tel Aviv

La vicenda raccontata dal New York Times offre anche uno spaccato delle tensioni che avrebbero caratterizzato i rapporti tra Stati Uniti e Israele durante la gestione della crisi iraniana.

Dopo la fine delle operazioni militari, diverse indiscrezioni provenienti da ambienti dell’amministrazione americana avrebbero sottolineato due aspetti: l’esistenza di differenze strategiche tra Washington e Tel Aviv e il ruolo svolto dall’intelligence israeliana nelle operazioni contro i vertici iraniani.

Secondo alcuni osservatori, le informazioni filtrate nelle ultime settimane potrebbero rappresentare anche un modo per inviare segnali indiretti a Teheran o per evidenziare le diverse sensibilità presenti all’interno dell’apparato statunitense nei confronti di Israele.

Resta il fatto che la ricostruzione descrive una situazione particolarmente insolita: mentre gli Stati Uniti lavoravano per preservare il negoziato, alcuni funzionari americani temevano che Israele potesse compiere azioni in grado di comprometterlo.

Le rivelazioni del New York Times, se confermate, mostrerebbero quanto fosse fragile il percorso diplomatico tra Washington e Teheran e quanto il rischio di una nuova escalation sia rimasto presente anche nei momenti più delicati delle trattative.

Un negoziato che, secondo questa ricostruzione, non si sarebbe svolto soltanto nei tavoli diplomatici, ma anche nell’ombra delle attività di intelligence e delle preoccupazioni per la sicurezza dei suoi protagonisti.

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