Il governo israeliano ha approvato all’unanimità la proposta per il riconoscimento ufficiale del genocidio armeno, una decisione che segna una svolta nella politica estera dello Stato ebraico e che arriva nel momento di massima tensione con la Turchia di Recep Tayyip Erdogan.
L’iniziativa, promossa dal ministro degli Esteri Gideon Sa’ar, riapre un dossier che per decenni Israele aveva scelto di non affrontare ufficialmente. Una prudenza dettata soprattutto da ragioni geopolitiche: preservare i rapporti con Ankara e, più recentemente, mantenere salda la partnership strategica con l’Azerbaigian.
Oggi però il contesto è radicalmente cambiato. La guerra a Gaza, il deterioramento delle relazioni con la Turchia e la crescente competizione regionale hanno trasformato una questione storica in un tema di politica estera attuale.
Una decisione storica nel momento più delicato
Secondo Sa’ar, il riconoscimento rappresenta un atto di giustizia storica e morale. Ma la tempistica della decisione rende inevitabile una lettura politica.
Negli ultimi mesi il presidente turco Recep Tayyip Erdogan ha intensificato le critiche nei confronti del governo di Benjamin Netanyahu, accusando Israele per le operazioni militari nella Striscia di Gaza e adottando una linea sempre più dura sul piano diplomatico.
In questo contesto, il riconoscimento del genocidio armeno viene interpretato da numerosi osservatori come un messaggio diretto ad Ankara. Non si tratta soltanto di una presa di posizione sulla storia del XX secolo, ma di una mossa che colpisce uno dei temi più sensibili per la diplomazia turca.
Che cos’è il genocidio armeno
Per comprendere la portata della decisione bisogna tornare al 1915.
Tra il 1915 e il 1917, durante gli ultimi anni dell’Impero ottomano, centinaia di migliaia di armeni furono deportati dalle loro terre d’origine e costretti a marce forzate verso il deserto siriano. Secondo la maggior parte degli storici e delle istituzioni internazionali, le vittime furono circa 1,5 milioni.
Oggi decine di Paesi, tra cui Stati Uniti, Francia, Germania, Italia e Canada, riconoscono ufficialmente quei massacri come un genocidio.
La Turchia continua invece a contestare questa definizione, sostenendo che le morti avvennero nel contesto della Prima guerra mondiale e che non esistette un piano sistematico di sterminio contro il popolo armeno.
Per Ankara la questione non riguarda soltanto la storia, ma anche l’identità nazionale e la legittimità della narrazione ufficiale dello Stato turco moderno.
Il precedente degli Stati Uniti e la scelta di Biden
La mossa israeliana richiama inevitabilmente quanto accaduto nel 2021, quando l’allora presidente americano Joe Biden riconobbe ufficialmente il genocidio armeno.
La decisione provocò una durissima reazione da parte della Turchia, che convocò l’ambasciatore statunitense e accusò Washington di compiere un gesto ostile.
Tuttavia, nonostante le tensioni iniziali, i rapporti strategici tra Stati Uniti e Turchia non subirono una rottura definitiva. Quel precedente dimostra come il riconoscimento del genocidio armeno rappresenti uno dei temi più delicati per Ankara, senza però tradursi necessariamente in una crisi diplomatica irreversibile.
Il grande paradosso: l’Azerbaigian
La decisione israeliana evidenzia però anche una significativa contraddizione geopolitica.
Israele è infatti uno dei principali partner strategici dell’Azerbaigian, Paese che negli ultimi anni ha combattuto contro l’Armenia per il controllo del Nagorno Karabakh.
Baku rappresenta per Israele un alleato fondamentale sotto diversi aspetti: cooperazione energetica, collaborazione militare e contenimento dell’influenza iraniana nel Caucaso.
Negli anni Israele ha fornito all’Azerbaigian tecnologie militari avanzate, sistemi di difesa e droni, consolidando una partnership che continua a essere considerata cruciale per la sicurezza nazionale israeliana.
Per questo motivo il riconoscimento del genocidio armeno non modifica gli equilibri strategici esistenti. Sul piano simbolico rappresenta una vittoria per Yerevan, ma sul piano geopolitico Israele non sembra intenzionato a ridimensionare la propria cooperazione con Baku.
È il classico esempio di come memoria storica e realpolitik possano procedere su binari differenti.
Gaza, Siria e Mediterraneo: una rivalità sempre più ampia
La crisi tra Israele e Turchia non nasce soltanto dalla guerra a Gaza.
Negli ultimi anni i due Paesi hanno progressivamente assunto posizioni divergenti su una serie di dossier strategici. Dalla Siria agli equilibri del Mediterraneo orientale, passando per le rotte energetiche e la competizione per l’influenza regionale, Ankara e Gerusalemme si trovano sempre più spesso su fronti opposti.
Anche nel Caucaso emergono interessi differenti: il forte sostegno turco all’Azerbaigian e i rapporti privilegiati tra Israele e Baku rappresentano un ulteriore elemento di complessità in una regione già attraversata da tensioni e rivalità.
In questo scenario il riconoscimento del genocidio armeno assume un significato che va ben oltre la memoria storica. Diventa un tassello di una competizione geopolitica più ampia che coinvolge sicurezza, energia, alleanze militari e influenza diplomatica.
Cosa può succedere adesso
È probabile che la Turchia reagisca con fermezza alla decisione israeliana, denunciando quella che considera una strumentalizzazione politica della storia.
Sul piano pratico, tuttavia, le conseguenze immediate potrebbero essere limitate. I rapporti tra Ankara e Gerusalemme sono già ai minimi degli ultimi anni e molti canali di cooperazione risultano fortemente compromessi dalla guerra di Gaza.
Più significativo potrebbe essere l’impatto di lungo periodo. Il riconoscimento del genocidio armeno rischia infatti di rendere ancora più difficile un futuro riavvicinamento tra le due potenze regionali, consolidando la percezione di una rivalità destinata a durare nel tempo.
Per l’Armenia si tratta di un importante successo diplomatico e simbolico. Per la Turchia di una nuova sfida sul terreno della memoria storica. Per Israele, invece, è soprattutto una scelta che dimostra come anche gli eventi del passato continuino a essere interpretati e utilizzati alla luce degli equilibri geopolitici del presente.
Nel Medio Oriente del 2026, la storia non è soltanto memoria: è ancora uno strumento di potere.
