22 giugno 2026 – Il Papa ha detto che la medicina non può diventare “serva di una morte programmata” durante l’udienza alla fondazione Jerome Lejeune, richiamando medici e ricercatori a una responsabilità etica nella cura della vita umana. Il monito è arrivato nel contesto di un incontro con una fondazione nota per i suoi studi sulla sindrome di Down, e ha posto al centro il tema della dignità della persona. “Il valore di una persona non dipende da ciò che realizza o produce“, ha ricordato il Pontefice, sottolineando un principio che, nella sua esposizione, dovrebbe guidare scelte cliniche e scientifiche.
Il richiamo alla responsabilità medica
Nel messaggio rivolto all’udienza il Papa ha detto che nessun medico dovrebbe presumere di decidere sulla vita di un embrione o di una persona anziana basandosi su algoritmi di laboratorio. La dichiarazione ha posto enfasi sulla distinzione tra strumenti diagnostici e decisioni di valore, invitando a che la tecnologia resti uno strumento al servizio della persona e non il criterio ultimo per scelte esistenziali.
Il testo ha avvertito del rischio che procedure basate su dati numerici possano sostituire la valutazione globale della persona, un tema che nelle parole rivolte alla fondazione ha trovato una citazione esplicita come ammonimento etico per la comunità medica.
Il contesto della fondazione Jerome Lejeune
La fondazione Jerome Lejeune è stata evocata come contesto dell’udienza per il suo legame con la ricerca sulla sindrome di Down. Il riferimento ha fatto da cornice al richiamo del Pontefice: la difesa della vita nelle sue fasi iniziali e avanzate e la protezione della dignità di soggetti fragili sono stati presentati come valutazioni che non si possono appiattire su calcoli tecnici.
La conclusione dell’intervento ha ribadito l’invito a preservare il valore intrinseco della persona nelle pratiche mediche e scientifiche, richiedendo un’attenzione etica costante che metta la cura della vita al centro delle scelte.
La posizione della Chiesa sul fine vita
Il monito del Papa si inserisce in una posizione dottrinale ben delineata: per la Chiesa cattolica ogni forma di morte procurata intenzionalmente – dall’eutanasia al suicidio assistito – è moralmente inammissibile, in quanto viola la dignità inviolabile della persona umana. Il Magistero distingue tuttavia tra queste pratiche e la rinuncia all’accanimento terapeutico, considerata invece lecita quando le cure non fanno che prolungare artificialmente il processo del morire. Al centro resta il principio che la vita è un dono, non una proprietà di cui disporre, e che il compito della medicina è accompagnare, non abbreviare né prolungare oltre misura.
La legge in Italia
In Italia la materia è regolata principalmente dalla legge n. 219 del 2017, che riconosce il diritto di ogni persona a rifiutare o interrompere qualsiasi trattamento sanitario, compresa l’alimentazione e l’idratazione artificiale, e a redigere le DAT -Disposizioni Anticipate di Trattamento – con cui esprimere in anticipo le proprie volontà sulle cure in caso di futura incapacità. Sul suicidio assistito, invece, non esiste ancora una legge organica: la materia è definita dalla sentenza 242 del 2019 della Corte Costituzionale, che ha dichiarato non punibile chi agevola il suicidio di una persona tenuta in vita da trattamenti di sostegno vitale, affetta da patologia irreversibile e pienamente capace di decidere. Il Parlamento non ha ancora legiferato in modo compiuto, lasciando la materia in una zona normativa tuttora aperta.
Aggiornato alle 10:29
