Le dichiarazioni attribuite a Donald Trump nei confronti di Giorgia Meloni hanno monopolizzato il dibattito politico italiano. La telefonata esclusiva concessa al corrispondente de La7 da Washington, Daniele Compatangelo, ha portato alla pubblicazione di frasi molto dure nei confronti della presidente del Consiglio, seguite dalla replica della stessa Meloni e da una lunga serie di reazioni del mondo politico.
Eppure, al di là del contenuto delle parole attribuite al presidente americano, la vicenda ha aperto una questione altrettanto interessante: nessuno può ascoltare direttamente ciò che Trump ha detto.
Non esiste un audio pubblico della conversazione. Non esiste una registrazione diffusa dall’emittente. Non esiste un filmato che permetta di verificare tono, inflessioni e contesto della telefonata. Esiste invece il racconto giornalistico della conversazione e la sua trascrizione.
Una circostanza che ha alimentato dubbi, polemiche e richieste di chiarimento, soprattutto dopo che alcuni esponenti politici hanno contestato l’assenza della registrazione originale chiedendo di poter ascoltare direttamente le parole del presidente statunitense.
Perché l’audio non è stato diffuso
A spiegare la ragione è stato lo stesso Compatangelo: dopo le contestazioni emerse nelle ore successive alla pubblicazione dell’intervista, il giornalista ha chiarito che la mancata diffusione della registrazione non dipende da una scelta editoriale di La7, ma da precise indicazioni provenienti dall’entourage del presidente degli Stati Uniti.
Compatangelo ha parlato di “direttive non scritte” che regolano questo tipo di conversazioni. Secondo quanto spiegato dal corrispondente, il contenuto delle telefonate può essere riportato e trascritto dai giornalisti, ma non diffuso attraverso l’audio originale.
Per questa ragione il pubblico ha potuto leggere e ascoltare la traduzione delle dichiarazioni, ma non la voce del presidente americano. Lo stesso giornalista ha inoltre precisato un dettaglio centrale della polemica. La frase più discussa sarebbe stata pronunciata utilizzando l’espressione inglese “I felt sorry for her”, una formula che può assumere sfumature diverse a seconda della traduzione. Compatangelo ha spiegato che l’espressione può essere resa sia come “mi ha fatto pena” sia come “ho provato compassione per lei”, contribuendo ad alimentare il dibattito sull’esatto significato delle parole utilizzate da Trump.
Non è un caso isolato
La telefonata che ha acceso lo scontro tra Trump e Meloni non rappresenta però un episodio eccezionale.
Negli ultimi mesi il presidente americano ha parlato più volte direttamente con giornalisti italiani. Il precedente più noto è quello della corrispondente del Corriere della Sera Viviana Mazza, che aveva raccontato altre conversazioni telefoniche con Trump senza che l’audio originale venisse reso pubblico.
Dalle ricostruzioni pubblicate dal Corriere emerge inoltre che quelle telefonate non erano episodi isolati. La stessa Mazza ha raccontato di aver parlato più volte con il presidente nelle settimane precedenti, confermando come questo tipo di contatto diretto sia ormai diventato una componente stabile della comunicazione di Trump.
Come funzionano le telefonate con Trump
La vicenda ha riportato l’attenzione su una pratica poco conosciuta dal grande pubblico ma molto nota ai corrispondenti che seguono la politica americana.
Negli ultimi mesi diversi giornalisti che dispongono del numero personale di Trump sono riusciti a contattarlo direttamente per ottenere commenti e dichiarazioni. Non si tratta di conferenze stampa organizzate dalla Casa Bianca né di interviste concordate attraverso i tradizionali canali istituzionali.
Alcuni reporter conservano il numero del presidente fin dal suo primo mandato. Altri lo ottengono attraverso contatti politici, diplomatici o professionali. Le telefonate sono spesso molto brevi, informali e imprevedibili. In alcuni casi durano pochi minuti, in altri addirittura meno di un minuto.
Il giornalista americano Max Tani, della testata Semafor, ha definito il numero personale di Trump uno dei “segreti peggio custoditi di Washington”, a testimonianza di quanto il contatto diretto con il presidente sia diventato un elemento ricercato negli ambienti giornalistici e politici della capitale americana.
Uno strumento di comunicazione politica
L’aspetto più interessante emerso dalle testimonianze di Compatangelo, Mazza e di altri cronisti che hanno parlato con Trump riguarda però il modo in cui il presidente utilizza queste telefonate.
Secondo i giornalisti che lo seguono abitualmente, Trump non si limita a rispondere alle domande. Spesso è lui stesso a indirizzare la conversazione verso i temi che ritiene più importanti o sui quali desidera lanciare un messaggio politico.
Anche nel caso della telefonata a La7 sarebbe accaduto qualcosa di simile. Compatangelo ha raccontato che la conversazione era iniziata affrontando temi internazionali come Ucraina e Medio Oriente, prima che fosse lo stesso Trump a spostare il discorso su Giorgia Meloni.
Viviana Mazza ha descritto una dinamica analoga nelle sue conversazioni con il presidente, spiegando come Trump utilizzi frequentemente questi contatti diretti con i giornalisti per esprimere critiche, togliersi “sassolini dalla scarpa” o inviare segnali politici a governi e leader stranieri.
Scontro Trump-Meloni, un caso che va oltre le parole
La polemica tra Trump e Meloni racconta quindi qualcosa che va oltre il contenuto delle dichiarazioni.
Da una parte c’è un presidente che continua a utilizzare un canale informale e diretto con i media, aggirando spesso i tradizionali filtri della comunicazione istituzionale. Dall’altra ci sono conversazioni che possono essere raccontate e trascritte, ma non ascoltate direttamente dal pubblico.
Il risultato è una situazione piuttosto insolita: uno dei casi diplomatici più discussi degli ultimi giorni nasce da una telefonata privata di cui milioni di persone conoscono il contenuto, ma della quale probabilmente non ascolteranno mai la registrazione originale.
