Pete Hegseth ha annunciato a Bruxelles una revisione di sei mesi della presenza e del dispiegamento delle forze statunitensi in Europa oggi. Ha detto che la misura nasce dalla convinzione che «troppi paesi alleati continuano a non riconoscere la necessità storica» di rimodellare l’Alleanza. Ha affermato che la revisione punta a spingere la trasformazione verso quella che ha definito «Nato 3.0», lasciandosi alle spalle una «Nato 2.0» che, a suo avviso, aveva «perso la rotta».
Hegseth ha precisato che la fase di valutazione riguarderà in particolare presenza e dispiegamento, e che il giudizio sugli impegni finanziari peserà sulle scelte operative: «il nostro contributo annuale all’Alleanza sarà subordinato al rispetto, da parte degli altri paesi, dei loro obiettivi di spesa per la difesa», ha detto davanti ai colleghi. Ha avvertito che, se gli alleati non avessero accelerato gli investimenti, «i nostri contributi diminuiranno».
Davanti ai ministri della Difesa convocati a Bruxelles Hegseth ha definito «vergognoso» il comportamento di governi che, durante la guerra contro l’Iran, avrebbero esitato o negato alle forze americane l’accesso alle basi Nato: «Questi alleati hanno messo in pericolo i figli e le figlie dell’America — ha detto — negando loro un accesso prevedibile alle basi e ai corridoi aerei». Secondo il rappresentante statunitense, la revisione dovrà assicurare che in futuro gli Stati Uniti possano contare sull’uso delle basi europee «quando lo riterranno opportuno».
Nella sua ricostruzione Hegseth ha descritto la «Nato 2.0» come un’epoca di «distrazione, deindustrializzazione e smilitarizzazione», segnata da anni di «parassitismo», mentre la «Nato 3.0» richiederebbe «un’Europa al comando» con una responsabilità primaria europea per la difesa del continente.
Reazioni degli alleati e numeri della Nato
Il segretario generale della Nato ha cercato di smorzare i toni richiamando i dati sulle spese: i paesi europei e il Canada hanno investito lo scorso anno 90 miliardi di dollari in più rispetto all’anno precedente, un aumento «di quasi il 20%». Ha ricordato però che alcuni Stati restano sotto l’obiettivo del 2% del Pil destinato alla difesa, mentre altri, come la Francia, lo superano di poco.
La richiesta statunitense di una diversa ripartizione degli oneri non è nuova, ma — si legge nel testo distribuito alla ministeriale — è tornata con toni più ultimativi dopo il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Gli alleati si sono impegnati a destinare entro il 2035 almeno il 5% del Pil alle spese per la sicurezza, di cui il 3,5% alle spese strettamente militari. Hegseth ha riconosciuto che «molti paesi stanno rispettando gli impegni», ma ha sottolineato che «alcuni devono ancora fare di più».
Risposta italiana e prospettive di bilancio
Il ministro della Difesa italiano, Guido Crosetto, ha respinto le accuse sulle presunte mancate concessioni di basi in Italia: in un punto stampa a margine della ministeriale ha affermato che «le basi in Italia sono state totalmente utilizzate nel rispetto dei trattati» e che «l’America non ha mai avuto alcuna lamentela da fare». Crosetto ha ricordato di aver parlato a Washington due giorni prima con l’omologo americano, definendo l’incontro «andato benissimo».
Sul piano operativo Crosetto si è detto disponibile ad attendere «la revisione» e le proposte che ne deriveranno, e ha condiviso con il ministro tedesco Pistorius l’idea che le truppe americane «dovranno uscire man mano che le truppe europee saranno in grado di sostituirle». Sui numeri interni all’Italia il ministro ha ammesso che un «inciampo» legato alla procedura di infrazione sul deficit aveva rallentato l’attuazione delle misure, ma ha detto di aspettarsi un recupero già dal bilancio 2027, «qualunque sia la maggioranza e la forza politica che guida il paese».
Crosetto ha richiamato il piano approvato dal Parlamento che prevede aumenti dello 0,15% del Pil quest’anno e il prossimo, seguiti da uno 0,20% l’anno successivo. La fase di valutazione annunciata da Hegseth durerà sei mesi e riguarderà presenza e dispiegamento, ha precisato il rappresentante statunitense.
