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Il Parlamento europeo approva la politica sui migranti più severa di sempre. Meloni la elogia dal G7

Via libera definitivo al regolamento sui rimpatri: gli Stati membri potranno aprire centri di detenzione fuori dai confini UE, allungare i tempi di trattenimento fino a due anni e inasprire i divieti d'ingresso. Meloni esulta dal G7 e rilancia il modello Albania, mentre le organizzazioni internazionali e non governative denunciano il rischio di violazioni dei diritti fondamentali e pratiche giuridicamente discutibili

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Ue, Giorgia Meloni elogia la stretta sui rimpatri - nella foto, Meloni

Giorgia Meloni | ANSA/FABIO FRUSTACI; Alanews.it

Giulia Camuffo di Giulia Camuffo

Classe 2003, Veneta trapiantata a Milano. Ho studiato Relazioni Internazionali e iniziato a scrivere documentando le manifestazioni sul territorio Lombardo. Collaboro con l’agenzia Alanews e con il magazine indipendente Scomodo.

17 giugno 2026 – Il Parlamento dell’Ue ha approvato in seduta plenaria il nuovo regolamento sui rimpatri. Il testo autorizza gli Stati membri a istituire centri di rimpatrio fuori dall’Unione e amplia i poteri di trattenimento, controllo e accertamento delle autorità competenti nei confronti dei migranti irregolari. La misura è passata con 418 voti favorevoli, 218 contrari e 30 astensioni. ​​”Oggi l’Italia ha ottenuto un grande successo in Europa.“, lo ha detto Giorgia Meloni al G7 a Evian, commentando l’approvazione del testo. Questa dichiarazione si inserisce in un contesto che ha visto l’Italia fare da apripista nella stretta sulle politiche migratorie. Insieme all’Albania e attraverso un protocollo d’intesa siglato nel 2025 è stata autorizzata la gestione di migranti in centri extraterritoriali albanesi – i cosiddetti hotspot – convertiti in Centri di Permanenza per il Rimpatrio (CPR). La violenza e le pratiche disumanizzanti a danno dei migranti in questi centri è stata documentata da numerose ONG e, non da ultimo, dall’ONU.  “Questa norma ci consente di rimpatriare velocemente chi non ha titolo a stare nell’Unione europea“, ha continuato Meloni, collegando esplicitamente il testo al protocollo d’intesta siglato nel 2025 con l’Albania.

Cosa prevede il nuovo regolamento sui rimpatri

Il regolamento sostituisce la direttiva del 2008 sul rimpatrio e introduce regole sul trattamento delle persone senza titolo di soggiorno. Il testo consente agli Stati membri di stipulare accordi con Paesi terzi per creare centri di rimpatrio dove le persone senza titolo possono essere trattenute in attesa di essere, appunto, rimapatriate. La legge prevede inoltre poteri più ampi per perquisizioni di luoghi di residenza o altri locali pertinenti, l’allungamento dei periodi di detenzione e l’inasprimento dei divieti d’ingresso nell’UE.

Tra le principali novità figura la possibilità per gli Stati membri di creare, attraverso accordi con Paesi terzi, i cosiddetti return hubs: centri situati al di fuori dell’Unione europea nei quali i migranti in posizione irregolare potrebbero essere trasferiti in attesa del rimpatrio. La misura non si applicherebbe ai minori non accompagnati, mentre potrebbe riguardare le famiglie con figli.

Il regolamento prevede inoltre l’estensione della durata massima della detenzione amministrativa da sei mesi a due anni, con ulteriori proroghe in specifiche circostanze. I divieti di ingresso saranno in molti casi ampliati da cinque a dieci anni, con la facoltà di imporre divieti a vita per chi è ritenuto un rischio per la sicurezza. I minori non accompagnati sono esclusi dalla misura, mentre famiglie con bambini possono essere trasferite nei centri esterni. La proposta di centri esterni era stata avanzata da una quindicina di Stati membri, inclusa l’Italia. La presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha citato l’esperienza italiana in Albania come possibile riferimento per l’azione a livello europeo.

Schieramenti politici e critiche delle ONG

Il voto ha evidenziato una maggioranza parlamentare orientata verso posizioni più rigide sulla migrazione: il Partito popolare europeo si è allineato con Conservatori e Riformisti e con gruppi di destra che hanno sostenuto il testo; alcuni deputati di Renew Europe hanno dato il loro appoggio. I socialisti e gli eurodeputati di sinistra si sono in gran parte opposti.

Ana Catarina Mendes, vicepresidente del gruppo S&D, ha dichiarato che “questo regolamento rischia di normalizzare pratiche giuridicamente discutibili che solo pochi anni fa sarebbero state impensabili nell’UE”. Altri gruppi hanno sollevato perplessità sui diritti fondamentali e sulle garanzie procedurali per i richiedenti asilo. Nel corso della seduta parlamentare il risultato è stato letto come la formazione di una maggioranza alternativa ai tradizionali allineamenti centristi.

Numerose organizzazioni non governative hanno denunciato rischi per i diritti nei centri di detenzione e nei rimpatri esterni o gestiti con il coinvolgimento di Paesi terzi. Un rapporto delle Nazioni Unite del febbraio 2026 ha documentato violazioni e ha segnalato criticità legate alla cooperazione con autorità responsabili di abusi. Osservatori hanno inoltre sottolineato che la riforma amplia strumenti già usati nella prassi di esternalizzazione dei controlli migratori, come gli accordi bilaterali con Paesi terzi e memorandum di intesa per la gestione dei flussi.

Come si è arrivati al regolamento, decenni di misure restrittive sui migranti

Il processo che ha condotto a questo regolamento ha radici consolidate: nel 1985, con la redazione degli Accordi di Schengen, alla libera circolazione interna si accompagna un rafforzamento della sorveglianza dei confini esterni dell’Unione. La creazione del Sistema d’Informazione Schengen (SIS) ne è la prova: il primo grande database progettato per tracciare e respingere gli “immigrati non desiderati”.

L’Ue ha come obiettivo quello di arginare il cosiddetto asylum shopping. Secondo il Glossario della Commissione Europea il termine descrive il tentativo dei richiedenti asilo di presentare domande in più stati membri, nell’ottica di potersi stabilire dove gli standard economici e sociali sono più elevati. Si vuole impedire che chi fugge possa scegliere dove ricominciare. L’effetto di queste policy è la nascita dei “paesi cuscinetto” – Italia, Grecia e Spagna obbligati a gestire le domande di asilo come primi ingressi, fungendo da “guardiani” per il Nord Europa. Inizialmente, questo ruolo fu accettato di buon grado. Questo processo culmina nel 2004 con la nascita di Frontex, l’agenzia europea per il coordinamento della sorveglianza delle frontiere esterne, che segna il passaggio operativo decisivo. Ma mancava ancora un dispositivo che gestisse chi riusciva a toccare terra. Dispositivo che si realizza solo nel biennio 2015-2016, quando l’Agenda Europea sulla Migrazione introduce il  sistema degli Hotspot (in Italia a Pozzallo, Trapani, Lampedusa, Porto Empedocle). L’Hotspot non è un semplice centro di accoglienza, ma un’area dove le autorità nazionali e le agenzie europee (Frontex ed EASO) operano una vera e propria categorizzazione. L’obiettivo non è l’assistenza, ma la selezione: dividere rapidamente i “profughi” dai “migranti economici” basandosi sulla sola nazionalità. Questo ha condotto a espulsioni di massa e alla privazione per migliaia di persone di un esame individuale della domanda d’asilo.

“Difendere i confini, ridurre drasticamente gli sbarchi, combattere i trafficanti di esseri umani, rimpatriare subito chi non ha titolo a stare da noi. Avevamo promesso agli italiani che avremmo cambiato l’Europa e lo abbiamo fatto, con coraggio, con pazienza, con determinazione, perché la nostra bussola è chiara, rispettare il programma votato dai cittadini punto per punto, non ci fermeremo, andremo avanti”, conclude Meloni dal G7.

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