Il tribunale di Monaco ha emesso un’ingiunzione provvisoria contro Google il 14 giugno 2026. La misura nasce dalle contestazioni di due editori locali, dopo che la funzione AI Overviews ha associato ai loro nomi accuse di frode. Nel procedimento civile la corte ha qualificato come responsabili le risposte generate e ha disposto che Google copra l’80% delle spese legali; il provvedimento resta provvisorio e può essere impugnato.
Origine del caso e contenuti contestati
I ricorrenti sono due editori di Monaco che hanno impugnato gli output di AI Overviews comparsi cercando i nomi delle loro società. In alcuni riquadri sintetici l’algoritmo ha associato le aziende a pratiche illecite; negli atti è riportato l’esempio della frase «Se l’azienda è conosciuta per pratiche commerciali dubbie», apparsa tra i risultati. Dopo una diffida inviata a Google per ottenere la correzione delle informazioni e giudicata insufficiente la modifica proposta, i due editori hanno avviato l’azione legale.
Perché la responsabilità ricade sul produttore del modello
La corte ha stabilito che le risposte fornite da AI Overviews non si limitano a ricombinare contenuti esistenti, ma «producono dichiarazioni indipendenti e nuove». Da questo presupposto discende l’attribuzione al produttore del modello della responsabilità dei contenuti che l’utente visualizza. Il giudice ha indicato che il produttore è tenuto a rispondere della correttezza delle informazioni e a introdurre misure di controllo adeguate, non potendo fare affidamento esclusivo sulla provenienza dei materiali in rete.
Le posizioni in aula e la replica di Google
In udienza la difesa di Google ha sostenuto che «agli utenti viene detto di non fidarsi ciecamente e hanno facoltà di verificare le fonti per controllare che sia tutto vero». L’argomento è stato respinto: nelle motivazioni, la corte ha osservato che «la possibilità di confutare le informazioni fornite non esime in modo automatico chi le fornisce dalla responsabilità». Dopo la decisione, l’azienda ha precisato che Overviews è progettato «per riflettere ciò che già è presente su internet» e ha aggiunto di stare «esaminando con attenzione questa sentenza, che non è ancora definitiva».
Accuratezza dichiarata e rischio di errore
Nel dibattimento è stato richiamato un dato pubblicato dal New York Times secondo cui l’affidabilità dell’AI sarebbe dell’ordine del 91%, con un margine residuo del 9% di possibili errori. Il tribunale ha rilevato che, anche in presenza di tassi di accuratezza elevati, errori sistematici generati da risposte autonome possono produrre danni concreti a persone o aziende impropriamente citate, soprattutto quando l’output appare come una sintesi autorevole incorporata nella pagina di ricerca.
Effetti pratici e possibili estensioni
La decisione attribuisce al creatore del modello la paternità e la responsabilità diretta delle risposte, con l’obbligo di correggere e rispondere degli errori. In questo quadro, si riduce la difesa basata sulla mera indicizzazione di link: per la corte, ciò che conta è il contenuto generato e presentato all’utente. Negli atti viene inoltre segnalato che l’impostazione giuridica adottata potrebbe essere invocata in contenziosi analoghi contro altri fornitori di modelli generativi.
I prossimi passi processuali
La sentenza è provvisoria e potrà essere impugnata in appello; Google ha ribadito di «esaminare con attenzione» il provvedimento, mentre i ricorrenti hanno ottenuto l’assegnazione della parte principale delle spese legali. La controversia proseguirà nei gradi successivi, con l’ingiunzione che resta efficace salvo riforma e con l’onere per Google di sostenere l’80% dei costi legali stabilito dall’ordinanza del 14 giugno 2026.
