9 giugno 2026 – Andrea Cavallari, condannato per la strage alla Lanterna Azzurra di Corinaldo, ha appiccato un incendio nella sua cella nel carcere di Cassino, in provincia di Frosinone e poi ha aggredito gli agenti penitenziari intervenuti per sedare l’incendio. Il 26enne ha una pena definitiva di quasi 12 anni. Il sindacato della polizia penitenziaria Sappe non ha esitato a denunciare l’accaduto.
L’incendio dentro il carcere, la dinamica dell’accaduto
Nel cuore della notte, Cavallari ha incendiato uno sgabello nella sua cella. Il fumo si è diffuso rapidamente al primo piano del reparto isolamento, costringendo la polizia penitenziaria a intervenire d’urgenza. Per evitare rischi, gli altri detenuti sono stati portati nelle aree di passeggio. Ma la situazione è degenerata. Il detenuto ha attaccato un giovane agente, in servizio da pochi giorni, colpendolo con pugni e schiaffi. Poco dopo, un collega più esperto che cercava di bloccarlo è stato preso di mira con una gamba di tavolo strappata dalla cella, subendo colpi violenti alla schiena e alle gambe. I due agenti sono stati soccorsi e medicati: hanno riportato cinque e sette giorni di prognosi. L’aggressione ha spinto il sindacato Sappe a chiedere interventi immediati e a denunciare nuovamente l’accaduto.
Chi è Andrea Cavallari: dalla strage di Corinaldo alla fuga dalla Dozza
Cavallari è noto per essere parte della cosiddetta “banda dello spray”, riconosciuta colpevole della tragedia della Lanterna Azzurra, dove nella notte tra il 7 e l’8 dicembre 2018 persero la vita sei persone, tra cui cinque minorenni e una madre di 39 anni. In quell’occasione, si scatenò una calca a causa di uno spray urticante.
La condanna definitiva di Cavallari è di 11 anni e 10 mesi. Fino a poco tempo fa era detenuto nel carcere della Dozza a Bologna. Lo scorso 3 luglio, grazia a un un permesso per discutere la tesi di laurea in Scienze giuridiche, fece perdere le proprie tracce. La latitanza è durata due settimane: è stato fermato a Barcellona il 17 luglio 2025, grazie a un’operazione internazionale.
Le indagini hanno evidenziato un intreccio di complicità, con uso illecito di telefonini in carcere e coinvolgimento di familiari, tra cui la madre, accusata di favoreggiamento. Dopo la cattura, Cavallari è stato riportato in Italia e trasferito, appunto, nel carcere di Cassino.
“Linea dura” o soluzione strutturale?
Donato Capece, segretario generale del Sappe, e Maurizio Somma, segretario regionale Lazio, hanno espresso piena solidarietà agli agenti feriti e rilanciato l’allarme sulle condizioni di lavoro degli operatori penitenziari. Secondo il sindacato, l’aggressione è un attacco diretto allo Stato e serve una linea dura contro questi fenomeni.
L’episodio, però, si inserisce in un contesto penitenziario caratterizzato da forti criticità. Secondo il XXII rapporto dell’associazione Antigone, nel 2025 le aggressioni ai danni degli agenti della polizia penitenziaria sono aumentate rispetto all’anno precedente. Sullo sfondo resta il problema del sovraffollamento carcerario, con oltre 64mila detenuti presenti negli istituti italiani a fronte di una capienza regolamentare significativamente inferiore. Parallelamente, negli ultimi anni si sono moltiplicate anche le inchieste per presunti abusi e violenze commessi da agenti nei confronti dei detenuti.
Vicende che spostano il dibattito dall’utilizzo delle “maniere forti” a un problema che ha connotazioni strutturali, legate alle condizioni sociali e ambientali delle strutture stesse.
