Oggi, 7 giugno 2026, entra in vigore una svolta per chi lavora in azienda: finalmente si potrà sapere quanto guadagnano i colleghi con ruoli simili. È il frutto di una nuova legge che risponde a una direttiva europea del 2023, nata per ridurre il divario salariale tra uomini e donne. Un tema caldo quello della trasparenza salariale, che continua a far discutere in uffici e assemblee.
Non si potrà più chiedere quanto si guadagnava in passato durante i colloqui di lavoro. I candidati sono tutelati da questa novità. Dall’altra parte, i dipendenti avranno diritto a informazioni aggregate, divise per genere, sulle medie salariali dei loro ruoli. Ma attenzione: la trasparenza non è senza limiti. Ci sono regole ferree per evitare che la privacy venga violata.
Il decreto dice chi deve rispettare la trasparenza: le imprese con almeno cento dipendenti, pubbliche o private. Le aziende più piccole per ora sono fuori da questo obbligo. Le informazioni sugli stipendi medi dovranno passare attraverso canali riservati, come l’intranet aziendale o aree protette del sito interno, per evitare che finiscano in giro e per tenere la privacy sotto controllo.
Si cerca un equilibrio. Da una parte, i lavoratori devono poter capire se ci sono disparità nei salari. Dall’altra, non si possono mettere in piazza i dati personali. Per questo si parla sempre di medie e numeri aggregati, niente dettagli sui singoli stipendi.
Se spunta una disparità ingiustificata, scatta l’allarme
Quando si scopre che la differenza tra stipendi supera il 5% senza un motivo valido, scatta l’allarme. Il datore di lavoro ha sei mesi di tempo per spiegare e correggere il problema. Se non lo fa, si apre il confronto con i sindacati e, se serve, con l’Ispettorato nazionale del lavoro.
L’obiettivo è prevenire discriminazioni di genere e spingere verso una maggiore equità salariale. “Niente scontri diretti subito, ma un dialogo obbligatorio per capire e risolvere le cause delle differenze.” Le eventuali sanzioni e i risarcimenti dipenderanno dall’esito di questo confronto.
Trasparenza salariale sì, ma senza violare la privacy
La Fondazione Studi Consulenti del lavoro avverte: la trasparenza non deve diventare una scusa per spiare gli stipendi individuali. La legge parla chiaro: si devono fornire solo dati medi e aggregati, con l’unico scopo di evitare discriminazioni. Nessuno può chiedere o vedere le singole buste paga.
In questo modo, anche le aziende più piccole possono evitare tensioni legate alla diffusione eccessiva di informazioni sensibili. Il decreto insomma prova a mettere un freno, garantendo il diritto a conoscere senza però mettere a rischio la riservatezza dei lavoratori.
