Un gonfiore ai linfonodi che non passa, spesso nascosto dietro una banale influenza, può essere il primo campanello d’allarme di un nemico silenzioso: il linfoma di Hodgkin. Questi piccoli ma vitali “filtri” del sistema immunitario, distribuiti soprattutto nel collo, sotto le ascelle e nell’inguine, diventano terreno fertile per una crescita incontrollata dei linfociti B. Quando succede, non si tratta più di una semplice difesa, ma di un tumore che può estendersi anche a milza, midollo osseo e altri tessuti linfatici. Raro ma insidioso, questo linfoma colpisce soprattutto giovani adulti e persone oltre i 60 anni. La buona notizia? La ricerca ha fatto passi da gigante e oggi la sopravvivenza arriva fino al 90%, grazie a terapie sempre più mirate e efficaci.
Il nome deriva dal medico inglese Thomas Hodgkin, che per primo descrisse la malattia nel 1832. Questo tumore si distingue dagli altri linfomi per la presenza delle cellule di Reed-Sternberg, grandi e caratteristiche, assenti nei linfomi non Hodgkin. Il tumore nasce principalmente nei linfonodi, che normalmente si ingrossano in risposta a infezioni per difendere il corpo. Nel linfoma, però, questo processo diventa patologico e può interessare qualsiasi area ricca di tessuto linfatico. La malattia si divide in due forme principali: il tipo classico, che comprende quattro sottotipi e rappresenta il 95% dei casi, e il tipo a predominanza linfocitaria.
I campanelli d’allarme: quando preoccuparsi
Il primo segnale che porta a rivolgersi al medico è quasi sempre un linfonodo gonfio e duro, soprattutto al collo. È importante però ricordare che un linfonodo ingrossato non significa sempre tumore: nella maggior parte dei casi è legato a infezioni o altre condizioni benigne. Se però persiste nel tempo o si associa ad altri sintomi, è opportuno rivolgersi al medico.
Oltre a questo, si possono notare febbre serotina, sudorazioni notturne intense e perdita di peso ingiustificata. Prurito, stanchezza costante e calo dell’appetito sono altri sintomi che possono accompagnare la malattia. Se il tumore interessa i linfonodi nel torace, si possono avere tosse, dolori al petto e difficoltà a respirare, segnali che richiedono accertamenti immediati.
Chi corre più rischi e come si distribuisce nel mondo
Secondo gli studi, il linfoma di Hodgkin colpisce circa quattro persone ogni 100.000 abitanti. La malattia presenta due picchi di incidenza: uno nei giovani adulti, generalmente tra i 20 e i 35 anni, e un secondo nelle persone più anziane.
In Italia si registrano ogni anno circa 2.000 nuove diagnosi, con una lieve prevalenza nel sesso maschile. La malattia non è ereditaria e sembra più diffusa in Paesi occidentali come il Nord Europa, Stati Uniti e Canada rispetto ad alcune zone asiatiche. Il legame tra ambiente e insorgenza resta ancora oggetto di studio, con l’obiettivo di individuare i fattori scatenanti.
Dalla chemioterapia tradizionale alle terapie più moderne
Oggi la prognosi del linfoma di Hodgkin è tra le migliori tra i tumori del sangue. Il trattamento standard prevede la polichemioterapia, spesso con lo schema ABVD, un protocollo ideato da Gianni Bonadonna che unisce più farmaci e dà ottimi risultati soprattutto nelle fasi iniziali.
Nei casi più avanzati si ricorre a terapie più aggressive, spesso abbinate a radioterapia mirata per eliminare eventuali residui tumorali. Le percentuali di sopravvivenza a cinque anni si arrestano tra l’85% e il 90%, con differenze legate allo stadio della malattia e alla risposta ai trattamenti.
Immunoterapia e farmaci innovativi: nuove speranze
Negli ultimi anni sono arrivati trattamenti altamente specializzati come il brentuximab-vedotin, un anticorpo monoclonale che si lega specificamente all’antigene CD30 presente sulle cellule tumorali. Questo farmaco unisce la precisione dell’immunoterapia alla capacità di trasportare una tossina direttamente verso le cellule tumorali, con un’azione più mirata rispetto ai trattamenti tradizionali.
Altri farmaci, come nivolumab e pembrolizumab, agiscono bloccando i cosiddetti checkpoint immunitari, liberando così la risposta del sistema immunitario contro il tumore. Queste nuove terapie offrono una chance in più soprattutto ai pazienti con malattia recidivata o refrattaria ai trattamenti tradizionali, ampliando le opzioni terapeutiche disponibili.
La diagnosi: dal prelievo alla definizione dello stadio
Quando si sospetta un linfoma di Hodgkin, l’esame chiave è la biopsia del linfonodo, che consiste nel prelevare un piccolo campione da analizzare al microscopio. Questo permette di confermare la presenza delle cellule maligne e di identificare le caratteristiche tipiche come le cellule di Reed-Sternberg. A seguire si procede con la stadiazione, che valuta l’estensione della malattia tramite esami radiologici come la TAC e la PET con 18F-FDG. La stadiazione classifica il tumore in stadi da I a IV e distingue tra sintomi “A” o “B” a seconda della presenza di febbre, sudorazioni notturne e altri segnali sistemici. Questo passaggio è fondamentale per scegliere la terapia più adatta.
Il linfoma di Hodgkin resta una sfida, ma la medicina sta facendo passi avanti importanti. Grazie a diagnosi più precise e a cure sempre più efficaci, oggi questa malattia, una volta temuta, può essere spesso curata, soprattutto se individuata per tempo. La ricerca continua a lavorare per offrire ai pazienti nuovi strumenti che migliorino la qualità della vita e aumentino le possibilità di guarigione.
