La tragedia che ha sconvolto la Calabria nelle ultime ore assume contorni sempre più drammatici. La Procura di Castrovillari ha disposto il fermo di due cittadini pakistani ritenuti gravemente indiziati dell’omicidio dei quattro braccianti bruciati vivi domenica ad Amendolara, in provincia di Cosenza.
Secondo quanto comunicato dagli investigatori, i due fermati dovranno rispondere dell’accusa di omicidio plurimo e pluriaggravato, una contestazione che arriva dopo le prime ricostruzioni investigative e l’analisi dei filmati di videosorveglianza.
La svolta nelle indagini grazie alle telecamere
Le indagini, coordinate dalla Procura della Repubblica di Castrovillari e condotte dalla Squadra Mobile di Cosenza con il supporto dei Carabinieri, hanno registrato una rapida accelerazione nelle ore successive al delitto.
Gli investigatori sarebbero riusciti a identificare i presunti responsabili grazie alle immagini registrate dalle telecamere di un distributore di carburante, il luogo in cui si è consumata la tragedia.
Proprio l’analisi dei video avrebbe rafforzato l’ipotesi investigativa secondo la quale i quattro lavoratori sarebbero stati bruciati vivi all’interno dell’automobile.
Le immagini shock: porte bloccate e poi le fiamme
Secondo quanto emerge dagli accertamenti, i filmati mostrerebbero due persone avvicinarsi al veicolo delle vittime. Le immagini riprese dal sistema di sorveglianza documenterebbero una sequenza particolarmente inquietante.
Uno dei due uomini, seguito poi dal complice, avrebbe bloccato le portiere dell’auto dall’esterno esercitando forza con le braccia per impedire qualsiasi tentativo di fuga. Subito dopo, dal portellone posteriore del veicolo sarebbe stato lanciato del liquido infiammabile.
Pochi istanti dopo, secondo la ricostruzione degli investigatori, una violenta fiammata avrebbe avvolto l’automobile, mentre i due sospettati si sarebbero allontanati rapidamente dalla scena.
Una dinamica che, se confermata nelle prossime fasi dell’inchiesta, delineerebbe un’azione pianificata e particolarmente efferata.
I due sospettati fermati dopo un lungo interrogatorio
I due cittadini pakistani sono stati rintracciati a Villapiana e successivamente trasferiti negli uffici della Questura di Cosenza, dove sono stati sottoposti a un lungo interrogatorio.
Al termine delle attività investigative preliminari, il pubblico ministero ha emesso nei loro confronti un decreto di fermo di indiziato di delitto.
Il procuratore capo di Castrovillari, Alessandro D’Alessio, ha sottolineato la rapidità con cui le forze dell’ordine sono riuscite a individuare i presunti responsabili, evidenziando la collaborazione tra Polizia di Stato, Carabinieri e magistratura.
Un’inchiesta ancora aperta
Nonostante i fermi, l’inchiesta è tutt’altro che conclusa. Gli investigatori stanno lavorando per chiarire il movente della strage e verificare eventuali ulteriori responsabilità.
Per fare il punto sulle indagini, la Procura ha convocato una conferenza stampa per il 3 giugno presso la Questura di Cosenza, durante la quale verranno illustrati ulteriori dettagli sull’omicidio.
Il racconto dell’unico superstite
Dalla testimonianza dell’unico bracciante superstite, rintracciato e intervistato dal TgR Calabria, sono arrivate nuove informazioni su quanto avvenuto ad Amendolara. Il cittadino afghano, che viveva insieme alle vittime a Villapiana e presenta ancora segni evidenti delle ustioni, ha ricostruito in un italiano stentato quanto accaduto, spiegando che tre delle vittime erano anch’esse afghane. Secondo il suo racconto, i due fermati per omicidio volontario avrebbero preteso del denaro per il trasporto, somma che le vittime si sarebbero rifiutate di pagare. A quel punto, sempre secondo la testimonianza, gli aggressori avrebbero cosparso l’abitacolo di benzina e appiccato il fuoco con un accendino, causando la morte di quattro persone. Il superstite sarebbe riuscito a salvarsi rompendo un finestrino e fuggendo, come mostrano anche le immagini in cui appare con le braccia fasciate.
Nel suo racconto, il bracciante ha inoltre descritto condizioni di lavoro difficili, riferendo di presunte minacce da parte di cittadini pakistani armati di coltelli e pistole per costringerlo a lavorare. Ha aggiunto che il vitto e l’alloggio venivano garantiti, ma non il pagamento dei salari, denunciando quella che ha definito una “grande mafia del Pakistan”.
