Una dottoressa di Medici senza Frontiere, esposta a pazienti risultati positivi al virus Ebola nella Repubblica Democratica del Congo, è arrivata nella notte all’Istituto nazionale per le malattie infettive Lazzaro Spallanzani di Roma. La donna, secondo quanto confermato da fonti Msf, sta bene e non presenta sintomi.
Ebola, osservazione precauzionale allo Spallanzani per la dottoressa
Il ricovero nella struttura romana rientra nelle procedure di monitoraggio previste in casi di possibile esposizione al virus. La dottoressa resterà in osservazione fino all’8 giugno, periodo durante il quale il personale sanitario seguirà l’evoluzione del quadro clinico e verificherà l’eventuale comparsa di sintomi.
Al momento, dunque, non viene segnalato alcun peggioramento delle condizioni della donna. Il trasferimento allo Spallanzani è stato disposto in via precauzionale, considerando l’attività svolta a contatto con pazienti positivi a Ebola nel Paese africano.
Il precedente caso del medico italiano
La vicenda arriva a pochi giorni dal caso di un altro medico italiano di Msf, anche lui esposto al virus nella Repubblica Democratica del Congo e trasferito allo Spallanzani per accertamenti e isolamento. Anche in quel caso, secondo le informazioni diffuse, il monitoraggio era stato avviato in assenza di sintomi.
Lo Spallanzani resta uno dei principali centri italiani di riferimento per la gestione delle malattie infettive ad alto rischio. Le autorità sanitarie continuano a seguire la situazione con attenzione, mentre Msf mantiene il coordinamento sulle condizioni del proprio personale rientrato dalle aree interessate dall’emergenza.
Ebola in Congo, l’allarme degli esperti
Come sottolineato da Micol Fascendini, esperta di salute globale di Amref, in Congo il contagio causato dal virus Ebola sta avanzando in un’area densamente popolata e segnata da instabilità e conflitti armati, con conseguenze dirette sulla capacità di risposta sanitaria. Secondo l’esperta, anche i tagli ai finanziamenti stanno contribuendo a rendere più complessa la gestione dell’emergenza.
Si tratta della diciassettesima epidemia registrata nel Paese e, in questo caso, il focolaio è causato dal virus Bundibugyo. La diffusione del contagio sarebbe avvenuta per diverse settimane prima della conferma in laboratorio, anche a causa di una sorveglianza sanitaria indebolita e della riduzione delle risorse disponibili. Fascendini sottolinea inoltre come non esistano test diagnostici, terapie né un vaccino specifico per questo tipo di Ebola, elemento che complica ulteriormente l’intervento.
Il quadro è reso ancora più delicato dalla natura del territorio interessato: un’area di conflitto, densamente abitata e situata lungo una frontiera molto frequentata, condizioni che facilitano la propagazione del virus e rallentano le operazioni di contenimento.
Le cause ambientali e l’approccio “One Health”
Oltre alla gestione dell’emergenza, l’attenzione degli esperti si concentra anche sulle origini del fenomeno. Ebola è infatti una malattia zoonotica, trasmessa dagli animali all’uomo. Tra i possibili ospiti del virus vengono indicati i pipistrelli della frutta, mentre un ruolo rilevante è attribuito alla deforestazione: la distruzione delle foreste spinge questi animali verso i villaggi, aumentando le probabilità di contatto con la popolazione.
Secondo Fascendini, la prevenzione passa da un approccio integrato, il cosiddetto “One Health”, che mette in relazione salute umana, animale e ambientale. In questa prospettiva diventa fondamentale ridurre la deforestazione e rafforzare i sistemi sanitari locali.
Amref, infine, ha lanciato un appello per raccogliere fondi destinati a sostenere e proteggere gli operatori impegnati in prima linea nella risposta all’epidemia.
