Ci risiamo.
Che Paolo Zampolli non sarebbe andato da Pulp Podcast a “vuotare il sacco” su Jeffrey Epstein era abbastanza prevedibile. Parliamo di un personaggio che vive da trent’anni dentro ambienti dove immagine, relazioni e diplomazia sono parte del mestiere. Il fatto stesso di fregiarsi di un meglio precisato titolo di “inviato speciale”, per giunta attribuitogli da Donald Trump, la dice lunga sulla disinvoltura con la quale Zampolli sia capace di interfacciarsi negli ambienti del “non detto”; l’italo-americano è, insomma, uno abituato a muoversi tra politica, business, media e potere internazionale. Pensare che si sarebbe seduto tra Fedez e Marra a fare rivelazioni esplosive risultava quantomeno ingenuo.
Ma proprio per questo il peso dell’intervista ricade inevitabilmente sugli intervistatori.
Perché il problema della puntata non è tanto quello che Zampolli dice. Il problema è quello che non gli viene chiesto davvero.
La puntata continua a oscillare tra meme, cazzeggio, personaggio folkloristico e tentativi di affondo su temi enormi: Epstein, i ricatti, il Mossad, i file, il suicidio, i rapporti col potere americano. Peccato che ogni volta che si arriva vicino a qualcosa di interessante, tutto si scioglie immediatamente nella battuta successiva.
E Zampolli, che queste dinamiche le conosce benissimo, prende il controllo della stanza senza nemmeno dover forzare troppo.
Il momento più clamoroso arriva quando gli chiedono se secondo lui Epstein si sia suicidato.
Risposta:
“No.”
Fine. Fine davvero.
Nessuno che lo incalzi. Nessuno che chieda:
“Perché?”
“Chi avrebbe avuto interesse?”
“Cosa si diceva realmente in quegli ambienti?”
“Lei pensa a un omicidio?”
“Ha mai percepito paura attorno a Epstein?”
“Perché aveva tutto quel potere?”
Niente. Si passa oltre.
Ed è lì che capisci il limite di questo approccio: Pulp vuole mantenere quell’atmosfera da “chiacchierata libera”, da podcast moderno, spontaneo, non ingessato. Il problema è che quando davanti hai persone abituate alla gestione del consenso, alla comunicazione e alla diplomazia, quell’approccio rischia di diventare il loro habitat naturale.
Mi sembra sia accaduta la stessa cosa successa con Giorgia Meloni: l’ospite entra nel mood della puntata, si crea complicità (ricordate la stucchevole scenetta del “ti do del lei, anzi scusa del tu”?), si abbassa la tensione e l’intervista smette di essere davvero scomoda. Che poi è il grande equivoco di molti podcasting italiani contemporanei: confondere il fatto di ottenere ospiti forti con il saper fare interviste forti.
Sono due cose completamente diverse.
Perché ottenere Zampolli dopo una querela da 5 milioni era potenzialmente un colpo enorme. Anche perché la dinamica resta inevitabilmente curiosa: prima la richiesta milionaria per l’associazione agli Epstein Files, poi la querela ritirata, poi l’ospitata in studio in un clima sorprendentemente rilassato. Questo non significa necessariamente che ci sia stato qualche accordo improprio, non saremmo in grado di provarlo (a Report, tuttavia, questo “sconto” Zampolli non lo ha concesso…). Ma è inevitabile che la percezione esterna venga influenzata dal risultato finale della puntata.
Che, guarda caso, evita accuratamente qualsiasi vero scontro.
Alla fine restano le clip, i meme, i momenti surreali, Trump sulle banconote, David Copperfield, la Coca Zero, le battute sull’America e qualche frase vaga sui “ricatti” e sulle “telecamere nascoste” di Epstein.
Ma sul punto centrale – cioè capire davvero qualcosa in più di quel mondo e di quei rapporti – la puntata lascia pochissimo. Ed è un peccato. Perché il materiale umano davanti a loro era enorme.
Solo che, ancora una volta, sembra che Pulp preferisca l’estetica dell’intervista forte alla sostanza dell’intervista forte. E se questo è “il giornalismo del futuro”, come ai protagonisti piace definirlo, potrebbero essere dolori.
