La guerra tra Iran, Stati Uniti e Israele entra in una fase diplomatica delicatissima. Il presidente americano Donald Trump ha dichiarato che un accordo con Teheran sarebbe stato “in gran parte negoziato”, lasciando intendere che un’intesa possa arrivare a breve. Il punto più sensibile resta lo Stretto di Hormuz, passaggio strategico per il traffico energetico mondiale, la cui riapertura sarebbe uno degli elementi centrali del possibile memorandum.
Secondo quanto riportato dai media interrnazionali, Trump ha poi corretto il tono dell’annuncio, sostenendo di non voler affrettare la chiusura dell’accordo. Il presidente americano ha spiegato che i negoziati procedono in modo “ordinato e costruttivo” e che il blocco resterà in vigore fino a quando l’intesa non sarà raggiunta, certificata e firmata.
La linea della Casa Bianca, dunque, è duplice: mostrare fiducia sui progressi diplomatici, ma tenere alta la pressione su Teheran. Anche il segretario di Stato Marco Rubio ha lasciato intendere che potrebbero arrivare “buone notizie”, ribadendo però che l’obiettivo degli Stati Uniti resta impedire all’Iran di dotarsi di un’arma nucleare.
Iran, i Pasdaran smentiscono Trump: “Propaganda”
La risposta iraniana è arrivata attraverso le agenzie vicine ai Pasdaran, che hanno ridimensionato la versione di Trump. Secondo Fars e Tasnim, l’annuncio americano sarebbe “incompleto” e non coerente con la realtà dei negoziati. In particolare, Teheran sostiene di non aver assunto alcun impegno definitivo sul programma nucleare e di non voler rinunciare alla gestione dello Stretto di Hormuz.
È proprio Hormuz il nodo politico e militare più urgente. I Pasdaran affermano che il transito delle navi continuerebbe a dipendere da autorizzazioni iraniane e che la sicurezza del Golfo Persico dovrebbe essere garantita senza presenza straniera. Nelle ultime 24 ore, secondo quanto riferito dall’agenzia Fars, 33 navi avrebbero attraversato lo Stretto dopo aver ottenuto i permessi necessari.
Queste dichiarazioni mostrano quanto l’accordo sia ancora fragile. Washington parla di riapertura e libertà di navigazione, Teheran insiste invece sulla propria sovranità e sulla continuità del controllo iraniano. La distanza non è solo tecnica, ma politica: per gli Stati Uniti Hormuz deve tornare a essere una rotta libera e sicura; per l’Iran è uno strumento di pressione strategica.
Il nucleare in Iran resta la linea rossa per Trump
Oltre allo Stretto, l’altro tema decisivo è il programma nucleare iraniano. Trump, secondo media israeliani citati nella diretta, avrebbe ribadito a Benjamin Netanyahu che non firmerà un accordo definitivo senza lo smantellamento del programma nucleare e senza la rimozione dell’uranio arricchito dal territorio iraniano.
Teheran, però, respinge l’idea di aver già accettato condizioni di questo tipo. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha dichiarato che l’Iran è pronto a rassicurare il mondo sul fatto di non voler sviluppare armi atomiche, ma ha aggiunto che i negoziatori iraniani non metteranno a rischio “onore e dignità” del Paese.
Il possibile schema diplomatico, secondo le indiscrezioni circolate nelle ultime ore, potrebbe prevedere una prima intesa preliminare, la sospensione delle ostilità e una successiva finestra negoziale dedicata ai dossier più complessi: nucleare, sanzioni, beni iraniani congelati e navigazione nello Stretto.
Il ruolo dell’Italia e il rischio per l’energia
Nel quadro della crisi si inserisce anche l’Italia. Il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha spiegato che Roma è disponibile, una volta terminato il conflitto, a partecipare a una coalizione internazionale di carattere difensivo per ripristinare la libertà di navigazione nello Stretto di Hormuz. Il contributo italiano, nelle intenzioni della Farnesina, potrebbe riguardare lo sminamento e la sicurezza della navigazione commerciale.
La posizione italiana nasce anche da una valutazione economica. La crisi di Hormuz incide direttamente sulla sicurezza energetica e sulla stabilità dei prezzi globali, con possibili ricadute su imprese e famiglie europee. Per questo la riapertura dello Stretto viene considerata una priorità non solo militare, ma anche economica.
La trattativa resta però appesa a un equilibrio instabile. Trump vuole presentare un risultato diplomatico, l’Iran non intende apparire costretto a cedere, Israele chiede garanzie operative contro le minacce regionali. In mezzo, Hormuz continua a essere il punto in cui guerra, energia e diplomazia si toccano. E dove un accordo annunciato troppo presto rischia di trasformarsi in una nuova fonte di tensione.
