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Caso Cinturrino, la difesa al gip: “Tabulati provano la falsità delle accuse”

La difesa dell’assistente capo, accusato di omicidio e altri reati, presenta tabulati telefonici per smentire la presenza a Rogoredo. Indagini e audizioni proseguono

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Carmelo Cinturrino

Carmelo Cinturrino | foto profilo

Alessandro Bolzani di Alessandro Bolzani

Mi chiamo Alessandro Bolzani e sono nato a Vigevano nel 1991. Sono un giornalista pubblicista e dal 2018 collaboro con l'agenzia media Alanews, per la quale ho curato la realizzazione di articoli per importanti realtà editoriali. Sono appassionato di scrittura creativa e nel 2024 ho pubblicato il romanzo urban fantasy "Cronache dei Mondi Connessi - I difensori del parco" con la casa editrice PAV Edizioni. Alcuni dei miei scritti sono stati pubblicati anche sulla rivista Weirdbreed.

Milano, 23 aprile 2026 – Proseguono le indagini e le audizioni nell’inchiesta che vede coinvolto Carmelo Cinturrino, assistente capo della Polizia di Stato, attualmente in carcere con l’accusa di omicidio volontario aggravato per la morte di Abderrahim Mansouri, noto come “Zack”, il pusher 28enne ucciso il 26 gennaio scorso nel bosco di Rogoredo. Nel corso delle ultime settimane, la difesa di Cinturrino ha depositato nuovi elementi per confutare alcune accuse, mentre il Tribunale del Riesame di Milano ha recentemente respinto la richiesta di domiciliari avanzata dai suoi legali.

Deposizione dei tabulati telefonici e incidente probatorio

Nel corso dell’incidente probatorio svoltosi il 10 e 11 aprile, la difesa di Cinturrino ha depositato tabulati telefonici di geolocalizzazione per dimostrare che l’assistente capo non si trovava nel bosco di Rogoredo la notte di Capodanno, contraddicendo la testimonianza di un pusher che lo accusava di aver sparato un colpo in aria insieme ad altri colleghi. Il poliziotto ha infatti dichiarato di essere partito da Milano il 29 dicembre 2025 con la sua famiglia per trascorrere le festività in Sicilia, facendo tappa in una struttura ricettiva lungo il tragitto e rientrando in città solo il 5 gennaio. I legali di Cinturrino, Marco Bianucci e Davide Giuseppe Giugno, hanno sottolineato che queste prove confutano le accuse di presenza e di condotte illegali in quella specifica notte.

Durante le audizioni, oltre ai sei testimoni che accusano l’agente di vari comportamenti illeciti – dagli arresti illegali alle estorsioni –, sono emerse anche dichiarazioni su episodi di violenza, come il racconto di un pestaggio brutale compiuto da un altro agente soprannominato “Luca Martello”. Tuttavia, la difesa ha messo in dubbio la credibilità dei testi, evidenziando contraddizioni e lo stile di vita problematico di alcuni di loro, chiedendo anche accertamenti psichiatrici per valutarne l’attendibilità.

La versione di Cinturrino: “Ho sparato per paura, non volevo uccidere”

Il poliziotto, detenuto dal 23 febbraio scorso, ha rilasciato dichiarazioni spontanee davanti al gip Domenico Santoro, ribadendo la sua versione dei fatti. Ha spiegato di aver sparato istintivamente durante un momento di paura, senza intenzione di uccidere Mansouri, e che il colpo è stato esploso senza mirare direttamente alla vittima. “Io ho fatto 18 anni di Polizia, non ho mai messo nulla di personale in quello che ho fatto”, ha affermato, sottolineando il suo dispiacere per la perdita di una vita umana e definendo la vicenda una “tragica fatalità”.

Cinturrino è inoltre indagato per un complesso di oltre 30 capi di imputazione, tra cui arresti illegali, estorsioni, spaccio, concussioni, rapina, sequestro di persona, calunnia, percosse, depistaggio e falso. La Procura guidata dal pm Giovanni Tarzia e dal procuratore Marcello Viola sta conducendo le indagini con il supporto della Squadra mobile di Milano, mentre altri sei poliziotti, anch’essi in servizio al Commissariato Mecenate, sono indagati per alcune delle accuse.

Chi era Abderrahim Mansouri, detto “Zack”

Abderrahim Mansouri, 28 anni, marocchino senza permesso di soggiorno regolare, era un volto noto alle forze dell’ordine per una lunga serie di precedenti penali, tra cui spaccio, resistenza a pubblico ufficiale, rapine e lesioni. Era considerato un elemento di rilievo nel clan di base attivo tra Rogoredo e il quartiere Corvetto di Milano, legato a una famiglia di spacciatori nota nella zona.

Il giovane era stato arrestato più volte e aveva scontato una pena nel carcere di Cremona fino al 2023, quando era stato affidato ai servizi sociali. Nei mesi precedenti l’omicidio, era stato denunciato nuovamente per spaccio e ricettazione, trovato in possesso anche di droga e di una pistola Beretta calibro 93 risultata poi essere a salve.

Il giorno dell’omicidio, la pattuglia di polizia impegnata in un servizio antidroga lo aveva intercettato in via Giuseppe Impastato a Rogoredo. Secondo le ricostruzioni, Mansouri avrebbe estratto la pistola a salve e l’avrebbe puntata contro gli agenti, spingendo uno di loro a reagire con un colpo mortale alla testa.

La famiglia Mansouri, assistita dagli avvocati Debora Piazza e Marco Romagnoli, ha chiesto che venga accertata “tutta la verità” sulla vicenda, manifestando dubbi e perplessità sulla versione fornita da Cinturrino.

Accuse di corruzione e gestione illegale dello spaccio

Emergono inoltre dalle indagini racconti di testimoni secondo cui Cinturrino avrebbe gestito in modo illecito il mercato della droga nel bosco di Rogoredo, imponendo estorsioni e prelevando somme ingenti, fino a 4mila euro al giorno, dai pusher. Un testimone ha dichiarato al pm Giovanni Tarzia che, durante il periodo natalizio del 2025, Cinturrino sarebbe entrato nel bosco con quattro colleghi, tutti con volti coperti, e avrebbe sparato un colpo in aria per imporre il controllo del territorio.

La difesa ha contestato con forza queste ricostruzioni, sottolineando che molti testimoni sono tossicodipendenti o piccoli spacciatori e pertanto poco attendibili.

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