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Pusher ucciso a Rogoredo, il collega del poliziotto: “Mi mandò lui a prendere lo zaino”

Nuovi elementi sull’uccisione di Abderrahim Mansouri: indagini su una pistola a salve e sulle versioni discordanti degli agenti, mentre cresce la pressione sull’operato della polizia

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Pusher ucciso a Rogoredo, nuove indagini

Pusher ucciso a Rogoredo, nuove indagini | Ansa/Andrea Fasani - alanews

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Milano, 21 febbraio 2026 – La vicenda che ha visto coinvolto il 28enne marocchino Abderrahim Mansouri, ucciso da un solo colpo alla tempia sparato dall’assistente capo Carmelo Cinturrino nel boschetto di Rogoredo, continua a destare forti interrogativi sia nelle indagini che nell’opinione pubblica. Emergono nuovi dettagli sull’ipotesi che la pistola trovata accanto alla vittima fosse una replica a salve, probabilmente collocata sul luogo dopo la sparatoria, gettando ombre sulla dinamica dei fatti.

Rogoredo, la pistola a salve e il mistero dello zaino

Secondo le ricostruzioni investigative, la pistola a salve rinvenuta vicino a Mansouri non sarebbe stata usata durante lo sparo, ma sarebbe stata lasciata successivamente dagli agenti. In particolare, un altro poliziotto presente sulla scena, indagato per favoreggiamento e omissione di soccorso, ha raccontato di essere stato mandato dallo stesso Cinturrino a prendere uno zaino nel commissariato Mecenate di via Quintiliano, non lontano da Rogoredo.

L’agente è uscito dall’ufficio a mani vuote e, al ritorno, ha portato con sé lo zaino. Ha dichiarato di non sapere cosa contenesse, immaginando solo documenti o moduli. Tuttavia, per gli inquirenti della squadra Mobile milanese diretta da Alfonso Iadevaia e coordinata dal pm Giovanni Tarzia, dentro quello zaino potrebbe esserci stata proprio la pistola a salve, collocata sul luogo prima della chiamata ai soccorsi, arrivata ben 23 minuti dopo lo sparo fatale.

Versioni a confronto e prime incongruenze

La versione ufficiale di Cinturrino, che ha affermato di aver sparato per legittima difesa dopo che Mansouri gli avrebbe puntato un’arma addosso nel boschetto di Rogoredo, è stata inizialmente sostenuta con compattezza dalla squadra. Tuttavia, dalle prime testimonianze e dalle analisi tecniche è emerso un quadro più complesso. Le indagini suggeriscono che Mansouri fosse disarmato al momento dello sparo, circostanza gravissima che potrebbe modificare radicalmente la valutazione dei fatti.

Gli altri quattro agenti coinvolti, pur confermando alcuni aspetti della dinamica, hanno ammesso di aver avvertito una certa soggezione nei confronti di Cinturrino, considerato il leader non ufficiale del gruppo, nonostante la presenza di un ispettore più anziano in servizio. Alcuni hanno anche riferito episodi di violenze e arresti eseguiti con eccessiva durezza nei confronti dei pusher del Corvetto, alimentando un clima di tensione e sospetto che si riflette sulle indagini.

Le autorità hanno inoltre avviato l’analisi approfondita del materiale biologico rinvenuto sulla pistola: la perizia affidata a Denise Albani, esperta già nota per il caso Garlasco, ha isolato due profili genetici distinti e sono in corso ulteriori accertamenti. Particolare attenzione viene posta anche sull’esame delle comunicazioni digitali degli agenti indagati, che potrebbero fornire nuovi elementi utili per chiarire le responsabilità.

Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi ha assicurato che “la polizia farà chiarezza senza sconti“, confermando l’impegno delle autorità a fare piena luce su un caso che continua a scuotere la città e a sollevare dubbi sull’operato delle forze dell’ordine a Rogoredo.

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