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Iran, la testimonianza di Elahe Bandei: “Racconto per rompere il muro del silenzio”

Durante una cerimonia a Milano, la giovane iraniana racconta la repressione delle proteste a Mashhad, denunciando violenze e silenzi sulle vittime del regime

19 Gennaio 2026
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Nicoletta Totaro di Nicoletta Totaro

Mi chiamo Nicoletta Totaro e sono nata ad Atessa, un piccolo paese tra il mare e le montagne abruzzesi, nell’agosto del 2001. Subito dopo il diploma, mi sono trasferita a Milano per intraprendere gli studi universitari con l’obiettivo di costruire una carriera nel campo del giornalismo. Durante il mio percorso accademico, ho collaborato con diverse realtà editoriali, iniziando nel settore dell’arte e della produzione di podcast, per poi avvicinarmi alla cronaca. Dal 2023, collaboro come videogiornalista con l'agenzia media Alanews. Parallelamente, sto completando gli studi magistrali in Politics, Philosophy and Public Affairs, durante i quali ho avuto l’opportunità di trascorrere un semestre in Germania

Milano, 19 gennaio 2026 – In occasione della cerimonia commemorativa organizzata dagli iraniani della diaspora, che si è tenuta domenica 18 gennaio in Piazza Duomo a Milano, una testimonianza diretta ha scosso l’assemblea e rilanciato l’attenzione sulle recenti proteste in Iran. Elahe Bandei, giovane iraniana residente in Italia, ha condiviso il racconto drammatico delle rivolte di fine 2025 a Mashhad, una delle città più colpite dalla repressione violenta.

La testimonianza di Elahe: atmosfere di sangue e gas nelle strade di Mashhad

immagine

Elahe è tornata in Iran il 31 dicembre per visitare la famiglia e ha vissuto in prima persona il clima di tensione che ha preceduto le manifestazioni. “Già a fine dicembre, i negozi chiusi erano scioperi silenziosi, un segnale della crisi economica insostenibile”, racconta. La situazione si è aggravata con l’aumento vertiginoso dei prezzi di beni di prima necessità come latte, olio e carne, raddoppiati il giorno prima delle proteste, alimentando la disperazione tra la popolazione. L’appello all’insurrezione di Reza Pahlavi, figura di riferimento dell’opposizione, ha fatto esplodere la rabbia popolare.

Elahe descrive con lucidità e dolore la brutalità della repressione: “Il primo giorno di proteste siamo scesi in strada, ma presto ci siamo divisi in gruppi più piccoli perché hanno iniziato a sparare. Non solo i Pasdaran, ma anche esercito e polizia, con laser verdi per mirare prima di aprire il fuoco”. Una violenza mirata, senza precedenti: “Pensavamo volessero spaventarci, ma invece hanno sparato fino all’ultima persona, come se volessero eliminare un’intera generazione”.

La giovane iraniana ricorda anche il prezzo pagato da molte famiglie: “Un amico è stato ucciso, e per riavere il corpo la famiglia doveva pagare cinquemila dollari più il costo dei proiettili”. Ogni notte, prosegue Elahe, le autorità puliscono le strade per cancellare ogni traccia di sangue e corpi, alimentando un senso di rassegnazione nella popolazione.

Le ripercussioni internazionali e il blocco degli interventi militari

Il contesto internazionale resta teso ma complesso. Mentre le proteste interne intensificano la crisi politica, l’amministrazione americana ha recentemente fermato un’azione militare contro l’Iran, nonostante le pressioni e la disponibilità di alcune forze armate. Intelligence e analisti segnalano che il regime iraniano, guidato dalla guida suprema Ali Khamenei e dal presidente Masoud Pezeshkian, rimane saldo e compatto, e che un attacco militare potrebbe scatenare un conflitto più ampio e duraturo.

Il Pentagono mantiene una presenza robusta in Medio Oriente, con basi, aerei da combattimento e unità navali, ma le capacità difensive iraniane, soprattutto dei Pasdaran, rappresentano un ostacolo significativo. Inoltre, gli alleati regionali come Arabia Saudita, Oman, Qatar e Turchia, così come Israele, hanno spinto per evitare un’escalation militare, promuovendo canali diplomatici e tentativi di mediazione.

Nell’ultimo intervento, Elahe ha lanciato un appello a non concentrarsi solo su chi potrebbe prendere il potere dopo il regime attuale, ma a considerare la complessità della situazione e le sofferenze di una popolazione che chiede libertà e dignità. Le sue parole, impregnate di un ricordo ancora vivido “dell’odore di sangue e gas” nelle strade di Mashhad, rappresentano un forte monito sul costo umano delle rivolte e della repressione in Iran.

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