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Crans Montana, adolescenti filmano l’incidente invece di mettersi in salvo: le ragioni psicologiche

La tragedia di Capodanno al locale Le Constellation riaccende il dibattito su sicurezza, responsabilità giovanile e gestione delle emergenze nei luoghi pubblici alpini

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Le immagini dentro al bar Le Constellation di Crans-Montana

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Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Crans-Montana, Svizzera – 6 gennaio 2026. La località alpina di Crans-Montana, nel Canton Vallese, si trova ancora sotto shock dopo la tragedia che ha colpito il suo cuore nella notte del 1º gennaio 2026. Un incendio devastante nel locale Le Constellation ha provocato la morte di 40 persone, quasi tutte adolescenti, e il ferimento di altre 116. Questo evento ha scosso profondamente la comunità e riaperto il dibattito sul comportamento dei giovani coinvolti e sulla sicurezza nei luoghi pubblici.

La tragedia a Crans-Montana: un dramma che interpella tutti

Crans-Montana è un comune svizzero noto per la sua vocazione turistica e sportiva, situato a 1.495 metri di altitudine, con una popolazione di circa 10.700 abitanti. Nato nel 2017 dalla fusione di quattro comuni, è celebre per la sua stazione sciistica, i suoi eventi internazionali come il Caprices Festival e per aver ospitato competizioni sportive di rilievo come i Campionati mondiali di sci alpino e il prestigioso torneo di golf Omega European Masters-PGA. La località è frequentata da un pubblico internazionale, soprattutto durante il periodo invernale, e vanta un’offerta ricettiva e di intrattenimento molto sviluppata.

La notte di Capodanno, tuttavia, ha visto trasformare questa meta di svago in teatro di un’incidente drammatico che ha lasciato una ferita aperta nella comunità. La domanda che molti si sono posti riguarda il motivo per cui, durante l’incendio, i giovani non siano fuggiti immediatamente ma abbiano continuato a riprendere con i loro smartphone. Una riflessione profonda, proposta da esperti e psicologi, evidenzia come questo comportamento sia tipico degli adolescenti, la cui percezione del pericolo e della realtà è ancora in formazione. L’uso compulsivo delle tecnologie digitali e la voglia di condividere ogni momento, anche quelli tragici, rappresentano un fenomeno sociale che coinvolge non solo i giovani ma l’intera società.

Crans-Montana: “Perché riprendevano invece di scappare?”

“Perché riprendevano invece di scappare?” È la domanda che si legge ovunque dopo la tragedia di Crans-Montana. Una domanda che sembra semplice, quasi naturale. Ma è una frase che ferisce, perché giudica senza capire. Arriva dopo, quando l’orrore è già accaduto, e cerca colpe dove servirebbe comprensione.

Di fronte a tragedie come questa, l’opinione pubblica tende a rifugiarsi in una domanda rassicurante: “Perché non hanno fatto la cosa giusta?” È rassicurante perché fa credere che esista sempre una scelta corretta, lucida, razionale. Ma è un’illusione: una costruzione adulta, non una verità psicologica.

Il cervello adolescente non è pronto a reagire come un adulto

Ci sono due elementi fondamentali che spesso si dimenticano. Il primo riguarda il cervello. Fino ai 20-22 anni la corteccia prefrontale non è ancora completamente sviluppata. È l’area che regola le funzioni esecutive: valutare i rischi, inibire gli impulsi, pianificare, scegliere rapidamente la strategia più efficace in una situazione complessa.

In condizioni normali, questa immaturità si traduce in impulsività, difficoltà nel prevedere le conseguenze, bisogno di conferme esterne. In uno scenario estremo — fiamme, fumo, panico, caos — pretendere una reazione “adulta” da un cervello adolescente è semplicemente irrealistico dal punto di vista neurofisiologico.

Lo schermo come barriera emotiva

In quei concitati momenti, come quelli accorsi a Crans-Montana, il sistema emotivo prende il sopravvento. La reazione non è riflessiva, ma automatica. E filmare non significa non sentire: spesso è l’opposto. Riprendere diventa un modo per difendersi, uno schermo tra sé e l’orrore, una distanza necessaria per non essere travolti.

Di fronte a un trauma improvviso, la mente cerca una forma di protezione. Lo schermo diventa un anestetico emotivo: attenua l’impatto dell’orrore, riduce l’intensità delle emozioni, crea una separazione che permette di restare in piedi. Non è cinismo, non è superficialità. È un meccanismo di sopravvivenza.

E allora la domanda da porsi non è “perché non sono scappati?”, ma “perché chiediamo ai ragazzi di salvarsi da soli?”. La sicurezza non è responsabilità dei minori, ma un dovere degli adulti, delle strutture, delle istituzioni.

Agli adolescenti non si può chiedere lucidità nel panico. Agli adulti va chiesto di garantire ambienti sicuri prima, non spiegazioni dopo. Il problema non sono quei ragazzi. Il problema è una società che giudica a posteriori, invece di assumersi la propria responsabilità preventiva, educativa e strutturale. Perché nessuno sa davvero come reagirebbe, finché non si trova dentro l’inferno.

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