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Non avevo mai visto una scuola del 1920 conservata così: in questo borgo sembra fermo il tempo

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Non avevo mai visto una scuola del 1920 conservata così: in questo borgo sembra fermo il tempo
Matilde Giunti di Matilde Giunti

Entrando nella vecchia aula si percepisce subito il contrasto con le scuole moderne: il legno dei banchi scricchiola sotto i piedi, la lavagna scura conserva segni di gesso ormai antichi e l’aria è quella di un luogo che ha smesso di correre. Qui non c’è tecnologia, ma un senso concreto di memoria che prende forma negli oggetti rimasti al loro posto. Questa scuola si trova in Valle di Susa, nella borgata di Château, comune di Oulx in provincia di Torino, e porta con sé tracce visibili della vita quotidiana degli anni Venti. Un dettaglio che molti sottovalutano è la qualità dei materiali: i banchi in legno e le sedie non sono solo elementi d’arredo, ma documenti che descrivono posture, spazi e rapporti dell’epoca. Chi visita quell’aula non trova un’installazione museale moderna, ma un ambiente che conserva un uso e una funzione originari, come se il tempo si fosse fermato durante una ricreazione.

Un’aula che racconta una storia quotidiana

La stanza principale ospitava più classi insieme e una sola maestra, una realtà comune nelle scuole rurali del primo Novecento. Le pareti sono decorate con cartine geografiche, i quaderni mostrano una grafia ordinata e, in un angolo, è ancora appeso un pallottoliere che serviva per insegnare i numeri. Sono stati proprio due ex alunne, riunite nell’associazione Château, a recuperare e sistemare questi pezzi, restituendo al borgo un patrimonio materiale e immateriale. La scuola attraversò momenti difficili: fu chiusa durante la seconda guerra mondiale e riaperta in seguito, un fatto che spiega come l’edificio conservi segni di più fasi storiche. Un fenomeno che in molti notano solo d’inverno è l’effetto del freddo sul legno: le assi si restringono, il silenzio cambia e i dettagli emergono con maggiore nettezza, come le incisioni sui banchi o gli appunti lasciati sui margini dei quaderni. Gli oggetti non sono soltanto scenografia: la lavagna, i libri e il pallottoliere offrono indizi su programmi didattici, ritmi scolastici e relazioni sociali dell’epoca. In corsi di storia locale e visite guidate si utilizza questa aula come strumento per spiegare come funzionava l’istruzione rurale, senza abbellimenti e con fonti materiali tangibili.

Come si viveva e cosa si impara visitando

Le regole quotidiane di allora sembrano lontane: si andava a scuola dal lunedì al sabato, con il giovedì considerato giorno di festa; le maestre talvolta dormivano in una stanza accanto alla scuola e arrivavano in treno, con gli alunni che li andavano incontro su slittini durante l’inverno. La scuola era riscaldata da una piccola stufetta e ogni alunno portava un pezzo di legno per alimentare il fuoco: dettagli concreti che raccontano la gestione pratica dell’istituzione. Sotto l’edificio esisteva un forno utilizzato dalla comunità per il pane, un aspetto che sfugge a chi vive in città ma che spiega il ruolo centrale della scuola nel tessuto sociale del borgo. Provare a scrivere con il pennino del calamaio è un’attività proposta ai visitatori: non è solo un gioco di ricostruzione, ma un modo per comprendere le difficoltà materiali di un tempo, la lentezza degli strumenti e la cura richiesta per mantenere in ordine quaderni e inchiostro. La visita interessa sia chi conserva ricordi personali — i nonni che si riconoscono nei banchi — sia le nuove generazioni che confrontano metodi e spazi. Un aspetto che molti sottovalutano è la capacità di questi luoghi di restituire una percezione immediata delle priorità sociali di ieri: non erano solo edifici, ma centri d’incontro, istruzione e cooperazione. Chi passa dalla Valle di Susa trova qui più di una curiosità: trova un documento vivo che parla di educazione, di comunità e della quotidianità di un’Italia che ha costruito la sua esperienza scolastica in termini concreti e pratici.

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