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I primi racconti degli ex ostaggi israeliani: “Così abbiamo vissuto ore di terrore”

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I 20 ostaggi israeliani che si suppone siano ancora vivi

I 20 ostaggi israeliani che si suppone siano ancora vivi | ANSA +++ NPK +++ - Alanews.it

Marco Viscomi di Marco Viscomi

Nato a Milano nel 1991, sono laureato in Lettere moderne presso l'Università Cattolica di Milano. Collaboro come giornalista con Sprint e Sport dal 2024 e Alanews dal 2025. Allenatore di calcio nel tempo libero, le mie più grandi passioni sono lo sport, il cinema, il gaming e la musica

Tel Aviv, 15 ottobre 2025 – Dopo oltre due anni di prigionia, per la prima volta non vi è più alcun cittadino israeliano vivo nelle mani di Hamas. I venti ostaggi liberati, quasi tutti giovani e in maggioranza rapiti durante il tragico Massacro del festival musicale Nova del 7 ottobre 2023, sono stati accolti negli ospedali più importanti di Israele, finalmente riuniti con le loro famiglie. Le loro testimonianze, dolorose e toccanti, raccontano esperienze di sofferenza estrema, ma anche la forza della speranza e della resilienza umana.

La liberazione degli ostaggi: un momento storico per Israele

L’annuncio che “per la prima volta in più di due anni non c’è nessun ostaggio vivo nelle mani di Hamas” ha segnato un momento senza precedenti nella recente storia israeliana. I militanti di Hamas avevano preso in ostaggio circa 250 persone durante un massiccio attacco il 7 ottobre 2023, in quello che è stato uno degli episodi più sanguinosi del conflitto israelo-palestinese. Tra questi, molti erano giovani partecipanti al Nova Festival, raduno musicale nel deserto del Negev vicino alla Striscia di Gaza, preso d’assalto dai combattenti di Hamas con modalità brutali e improvvise.

Grazie a un accordo di pace e a intense operazioni di mediazione, venti di questi ostaggi sono stati liberati in due fasi: il primo gruppo è stato rilasciato a Gaza City, mentre il secondo nella zona di Khan Younis. Sono stati subito affidati alla Croce Rossa Internazionale e trasportati negli ospedali israeliani, dove hanno ricevuto cure mediche e sono stati riabbracciati dai propri cari.

Tra loro, il sottufficiale Matan Angrest, catturato durante un tentativo di difesa al confine con Gaza, e i gemelli Gali e Ziv Berman, rapiti nel kibbutz Kfar Aza. C’è anche Elkana Bohbot, uno dei produttori del festival Nova, che ha trascorso la prigionia quasi interamente incatenato, senza luce né aria, in un tunnel sotterraneo. La sua storia è emblematica: durante la detenzione, nonostante le condizioni disumane, ha trovato la forza di chiedere di poter fare una doccia il giorno del suo anniversario di matrimonio, ottenendo un raro momento di umanità dai suoi carcerieri.

Esperienze di prigionia: testimonianze di dolore e resilienza

Le condizioni in cui sono stati tenuti gli ostaggi erano drammatiche. Matan Angrest ha raccontato di essere stato operato alla mano senza anestesia, mentre era sorvegliato speciale per via del suo ruolo militare. La madre ha rivelato che per lunghi periodi è rimasto isolato nel buio più totale, senza alcuna informazione sul mondo esterno, circondato solo dal terrore dei bombardamenti israeliani e dalla polvere delle macerie. Nonostante tutto, Matan è riuscito a mantenere un equilibrio psicologico che oggi è fonte di speranza.

Un altro caso emblematico è quello di Avinatan Or, che ha passato due anni in completa solitudine, nascosto nella parte centrale della Striscia di Gaza. Ha perso tra il 30% e il 40% del suo peso corporeo, ed è stato sottoposto a maltrattamenti sistematici. La sua fidanzata, Noa Argamani, liberata durante un blitz militare israeliano la scorsa estate, ha raccontato con commozione sui social il dolore della separazione e la gioia del ricongiungimento dopo 738 giorni.

Evyatar David, noto per il video in cui si vedeva scavarsi una fossa nel tunnel, è stato sottoposto a gravi abusi fisici e psicologici, risultando estremamente debilitato alla liberazione. La sua famiglia ha confermato la carenza di minerali e nutrienti, ma la sua presenza viva è stata accolta come una vittoria contro la brutalità subita.

Hamas e il contesto del rapimento

Il gruppo militante Hamas, fondato nel 1987 come braccio politico e militare dei Fratelli Musulmani in Palestina, è al centro del conflitto israelo-palestinese. Considerato da molte nazioni come organizzazione terroristica, ha mantenuto un controllo totale sulla Striscia di Gaza dal 2007, dopo una violenta lotta interna con il movimento Fatah.

Il 7 ottobre 2023, Hamas ha lanciato un attacco senza precedenti, che ha causato circa 1.200 morti e il rapimento di centinaia di persone, scatenando una guerra che ha coinvolto l’intera regione. Il massacro del Nova Festival è stato uno degli atti più sanguinosi, con la strage di partecipanti colpiti mentre si trovavano in un evento musicale nel deserto. I miliziani hanno utilizzato anche paramotori per infiltrarsi, bloccando le vie di fuga e compiendo esecuzioni sistematiche dei civili presenti.

Le autorità israeliane hanno successivamente aperto un’inchiesta interna, puntando il dito contro alcune lacune nei controlli di sicurezza. In particolare, il colonnello Haim Cohen, comandante della brigata settentrionale della divisione di Gaza, è stato rimosso dall’incarico per non aver adottato misure preventive adeguate nonostante le informazioni di allerta ricevute prima dell’attacco.

Il ritorno a casa e la ricostruzione

La liberazione degli ostaggi ha rappresentato una svolta cruciale, anche a livello psicologico e sociale per Israele. Le famiglie, che per oltre due anni hanno lottato instancabilmente per il ritorno dei loro cari, ora possono finalmente ricostruire la loro quotidianità, seppur segnata da cicatrici profonde. Molti degli ex prigionieri stanno affrontando un percorso di riabilitazione fisica e psicologica, assistiti da specialisti nei centri ospedalieri israeliani.

Il racconto di questi giovani uomini, dalle catene alle caviglie alla paura costante delle bombe, dall’isolamento totale alle operazioni senza anestesia, è una testimonianza della durezza della prigionia e della forza che serve per sopravvivere. Questi ostaggi non sono solo sopravvissuti, ma sono diventati simboli di resistenza, di speranza e del valore della vita anche nelle condizioni più estreme.

Il ritorno a casa dei venti ostaggi segna un momento di tregua in un conflitto che continua a insanguinare la regione. La priorità ora è prendersi cura di chi è stato liberato e mantenere viva la memoria di chi non ce l’ha fatta, mentre Israele e il mondo intero guardano al futuro con la determinazione di evitare che simili tragedie si ripetano.

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