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Siti sessisti, estorsioni fino a 2mila euro per rimuovere foto: svelato il tariffario

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Una donna intenta a usare un computer

Alanews.it

Giacomo Camelia di Giacomo Camelia

Nato a Carate Brianza nel 2000, laureato in Scienze Umanistiche per la Comunicazione presso l’Università degli Studi di Milano. Lavoro come redattore web dal 2024. Adoro il cinema e la musica anche se la mia passione più grande riguarda lo sport, il calcio in particolare

Roma, 2 settembre 2025 – A Roma, oggi, si è tenuto un incontro in Procura per analizzare il materiale raccolto fino a questo momento e stabilire le prossime mosse nell’indagine appena avviata sui cosiddetti siti “sessisti”: il gruppo Facebook Mia Moglie e il portale Phica.eu. Su queste piattaforme sono state diffuse decine di migliaia di immagini di donne – anche note – senza autorizzazione, in contesti sia privati che pubblici.

Le indagini sui siti sessisti

Nonostante il clamore suscitato dalla vicenda, le denunce ufficiali sono ancora poche rispetto alle numerose segnalazioni circolate online. La gravità e l’ampiezza del fenomeno, però, non lasciano dubbi. Le indagini della polizia postale sembrano infatti andare oltre le offese e i commenti violenti, fino a ipotizzare reati ben più pesanti: estorsioni, ricatti e persino una possibile associazione a delinquere. Lo schema emerso riguarda l’uso delle foto come ostaggi, con richieste di denaro per ottenerne la rimozione. Il primo nodo da sciogliere sarà decidere se accentrare a Roma tutte le denunce presentate anche in altre città.

Al momento non ci sono ancora indagati, ma l’attenzione degli inquirenti si concentra su alcuni soggetti già noti. Il profilo principale è quello dietro i nickname Phica Master o Boss Miao (rappresentato dall’immagine di un gatto), citato da numerose donne che in passato avevano chiesto la cancellazione dei propri contenuti dal sito sessista, oggi non più attivo. In diversi casi, la rimozione veniva subordinata al pagamento di somme che potevano arrivare a diverse migliaia di euro, giustificate con la presunta necessità di un lungo lavoro tecnico. Una giustificazione falsa, poiché i server risultano localizzati in Cina e Russia, quindi fuori dal controllo di un singolo amministratore italiano. In alcune mail, riportate da Fanpage, si leggeva persino un tariffario: circa 350 euro per interventi rapidi, fino a oltre 2.000 per le situazioni più difficili da eliminare dalla rete.

In questo contesto compaiono altri due nominativi, attribuiti a presunte avvocate – che però non risultano iscritte a nessun ordine professionale – indicate come referenti per ricevere e convalidare i pagamenti. Si delinea quindi un meccanismo di estorsione collegato al revenge porn, vero motore economico del sito, ben più redditizio del traffico online generato in vent’anni da centinaia di migliaia di utenti.

Il funzionamento

Il portale offriva inoltre una sorta di motore di ricerca: inserendo il nome di un personaggio noto, comparivano immagini pescate dal web. Spesso si trattava di fermi immagine televisivi o foto di eventi pubblici, rilanciate però con titoli e insinuazioni a sfondo morboso, creando così ulteriore danno reputazionale. La diffamazione, insieme alla mole di insulti e oscenità pubblicati dagli utenti, è un altro capitolo al vaglio degli inquirenti.

Un altro nome già circolato e ora oggetto di verifiche è quello di Roberto Maggio, che ha scelto di difendersi davanti alle telecamere del Tg5. Romano di origine, residente tra Sofia e Dubai, ha spiegato di essere stato accostato a Phica.eu solo perché la sua società si occupa di gestire i pagamenti internazionali: “Noi – ha dichiarato – ci limitiamo alle transazioni, non ai contenuti. Gli investigatori italiani mi hanno già contattato e confido che abbiano gli strumenti per risalire al vero titolare del sito”.

Intanto, per tutelare le donne finite nelle pagine di queste piattaforme, si è attivata l’avvocata Annamaria Bernardini de Pace, che ha avviato una class action con l’aiuto di un team di 12 legali. L’obiettivo è dare più forza alle vittime e ottenere risarcimenti in sede civile. Secondo la nota matrimonialista, sono già stati raccolti “qualche centinaio” di casi, soprattutto tramite associazioni.

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