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Monica Vitti, il diritto di essere il proprio contrario: la donna oltre il personaggio

Il 3 novembre avrebbe compiuto 95 anni. Attrice, musa di Antonioni, protagonista della commedia italiana e donna profondamente consapevole del proprio tempo. Dalle inquietudini del cinema d’autore alle parole sull’indipendenza femminile pronunciate nel 1971, Monica Vitti ha lasciato un’eredità che va ben oltre lo schermo.

3 Novembre 2026 (Ultima modifica il 3 Novembre 2026 | 18:03)
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Monica Vitti, il diritto di essere il proprio contrario
Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

Ci sono volti che appartengono al cinema e altri che finiscono per appartenere alla memoria collettiva di un Paese. Monica Vitti è stata entrambe le cose, ma forse il modo più interessante per ricordarla, oggi che avrebbe compiuto 95 anni, è smettere per un momento di guardarla come un’icona. Perché dietro quel volto, diventato uno dei più riconoscibili della storia del cinema italiano, c’era una donna dalla personalità complessa, dalla dialettica sottile, capace di attraversare generi, linguaggi e identità senza lasciarsi imprigionare da nessuno di essi.

Maria Luisa Ceciarelli, questo il suo nome all’anagrafe, ha rappresentato molto più di una stagione cinematografica. Ha dato corpo a una trasformazione culturale che riguardava soprattutto le donne: quelle che iniziavano a desiderare qualcosa di diverso, che non si accontentavano più dei ruoli assegnati loro, che cercavano un’indipendenza sentimentale, economica e intellettuale. Donne che non volevano necessariamente rinunciare all’amore o alla famiglia, ma che avevano cominciato a pretendere di poter scegliere anche tutto il resto.

E forse è proprio qui che risiede la sua modernità. Non soltanto nell’aver interpretato personaggi femminili lontani dagli stereotipi del tempo, ma nell’aver dimostrato, attraverso il proprio percorso, che una donna poteva essere molte cose contemporaneamente. Elegante e scomposta, ironica e malinconica, desiderabile e indipendente, fragile e determinata. Senza dover scegliere quale parte di sé mostrare.

Antonioni e Vitti: l’incontro tra due sensibilità che ha cambiato il cinema

Il rapporto con Michelangelo Antonioni è una delle pagine più importanti della sua carriera, ma anche una delle più delicate da raccontare. Perché ridurre Monica Vitti al ruolo di musa significherebbe sottrarle una parte fondamentale della sua identità artistica.

Il loro incontro avviene alla fine degli anni Cinquanta, durante il doppiaggio de Il grido. Antonioni rimane colpito dalla sua voce roca, dalla presenza scenica e da qualcosa che difficilmente si può ricondurre alla sola bellezza. Tra i due nasce una relazione sentimentale e professionale destinata a lasciare un segno profondo nel cinema europeo.

Insieme realizzano quattro film fondamentali: L’avventura (1960), La notte (1961), L’eclisse (1962) e Deserto rosso (1964). Quattro opere che raccontano una società in trasformazione, attraversata dal boom economico, dall’industrializzazione, dalla crisi dei rapporti sentimentali e da un senso crescente di alienazione.

Dentro questo universo, Vitti interpreta donne che sembrano arrivare da un tempo nuovo. Non sono più soltanto mogli, fidanzate o presenze decorative nella vita dei protagonisti maschili. Sono persone attraversate da domande che non trovano necessariamente una risposta. Donne che desiderano, che si interrogano, che si allontanano, che talvolta non sanno nemmeno spiegare ciò che provano.

Claudia, in L’avventura, si ritrova al centro di una storia che nasce dalla scomparsa di un’altra donna e si trasforma in un’indagine sulle relazioni umane. Valentina, in La notte, porta con sé una distanza emotiva che mette in discussione le certezze della borghesia. Vittoria, ne L’eclisse, cerca una corrispondenza tra il proprio desiderio e un mondo sempre più incapace di offrire punti di riferimento. Giuliana, in Deserto rosso, diventa invece il volto di una crisi che non è soltanto personale, ma anche sociale, in un paesaggio industriale che sembra aver perso ogni dimensione umana.

Antonioni aveva intuito che Vitti possedeva qualcosa di raro: la capacità di rendere visibile ciò che spesso rimane inesprimibile. Ma sarebbe sbagliato pensare che quelle donne fossero semplicemente una proiezione del suo sguardo. Vitti aveva una formazione teatrale, una sensibilità e una personalità già definite. Il suo talento consisteva proprio nel riuscire a entrare in quei personaggi senza scomparire dentro di loro.

Oltre il personaggio, la complessità della persona

Monica si è sempre voluta emancipare dall’essere circoscritta dai personaggi che interpretava, dichiarò in televisione: “Voi confondete l’attrice con il personaggio, io sono un po’ il personaggio di Antonioni, c’è qualcosa di loro che mi appartiene ma sono anche il loro contrario. È per questa ragione che devo essere come loro e il loro opposto.”

In queste parole c’è una dichiarazione di indipendenza artistica. Vitti riconosce il legame profondo con il cinema di Antonioni, ma ne rivendica anche la distanza. È dentro i personaggi e contemporaneamente fuori da essi. Li comprende, li attraversa, ne condivide le inquietudini, ma non permette che diventino la sua unica definizione.

È una distinzione importante, soprattutto se si considera quanto spesso nella storia del cinema le attrici siano state raccontate attraverso gli uomini che le hanno dirette, amate o rese celebri. Monica Vitti non è stata soltanto la donna di Antonioni, così come non è stata soltanto il volto della sua incomunicabilità. È stata una personalità artistica autonoma, capace di trasformare un incontro professionale in un linguaggio cinematografico condiviso.

La donna e il desiderio di scegliere la propria vita

C’è un’altra Monica Vitti che merita di essere ascoltata, ed è quella che emerge dalle interviste, lontano dalle sceneggiature e dai set. Una donna ironica, intelligente, con una visione molto precisa del ruolo che il lavoro e l’indipendenza avrebbero dovuto avere nella vita femminile.

In un’intervista rilasciata nel 1971 racconta un episodio che, ascoltato oggi, conserva una forza particolare. Quando a quindici anni aveva deciso di diventare attrice, il consiglio che le veniva rivolto era quello di trovarsi un marito. Le veniva persino detto che avrebbe potuto mentirgli, purché riuscisse a costruirsi una famiglia e a trovare qualcuno che la mantenesse.

Vitti si sofferma proprio sull’assurdità di quell’educazione. Perché, si domanda, a una ragazza di quindici anni non si dovrebbe insegnare a trovare un bel lavoro, qualcosa che le piaccia e che le permetta di raggiungere la propria indipendenza finanziaria? Perché non dirle che, quando si alzerà la mattina, potrà avere una famiglia, ma anche un lavoro, degli interessi e una vita che le appartenga?

È un passaggio che merita di essere ascoltato con attenzione, perché racconta molto più di una diversa concezione del lavoro femminile. Racconta il momento storico in cui una generazione di donne ha iniziato a mettere in discussione l’idea che il proprio futuro dovesse necessariamente dipendere dalla scelta di un uomo.

Non si tratta di contrapporre la famiglia alla realizzazione personale, né di considerare l’indipendenza una rinuncia agli affetti. Il punto è un altro: poter scegliere. Avere la possibilità di mantenersi, di costruire una professionalità, di coltivare interessi che non dipendano dalla propria condizione sentimentale. Non dover considerare il matrimonio come una garanzia economica o l’unico progetto di vita possibile.

Sono parole pronunciate più di cinquant’anni fa, eppure non hanno perso la loro attualità. Anzi, colpisce che a formularle fosse un’attrice che, attraverso il proprio mestiere, aveva già dimostrato quanto fosse possibile costruire un’identità al di fuori delle aspettative sociali.

Forse è anche per questo che il suo cinema continua a parlarci. Perché dietro le donne che interpretava c’era una donna che aveva scelto di fare della propria ambizione un lavoro, del proprio talento uno strumento di emancipazione e della propria indipendenza una condizione irrinunciabile.

Dalla malinconia alla commedia: la libertà di non essere una sola cosa

Se il cinema di Antonioni ha consegnato Monica Vitti alla storia del cinema d’autore, la commedia italiana ne ha rivelato un’altra dimensione. E probabilmente è proprio questa capacità di sfuggire alle etichette a renderla un’interprete così difficile da classificare.

Nel 1968 Mario Monicelli la sceglie per La ragazza con la pistola. Vitti interpreta Assunta Patanè, una giovane siciliana che parte per l’Inghilterra per vendicarsi dell’uomo che l’ha sedotta e abbandonata. Quello che inizialmente sembra un viaggio di vendetta si trasforma progressivamente in un percorso di scoperta e autonomia.

Assunta entra in contatto con una società diversa, si confronta con convenzioni culturali e morali che fino a quel momento aveva considerato naturali e comincia a immaginare per sé un destino differente. È una commedia, ma anche un racconto sull’emancipazione femminile, sul controllo sociale esercitato sulle donne e sulla possibilità di sottrarsi a un’identità imposta.

Vitti riesce a interpretarla senza renderla una caricatura. La sua Assunta è goffa, impulsiva, orgogliosa, a tratti ingenua. Ma proprio attraverso queste contraddizioni conquista una dimensione umana che va oltre la funzione comica.

Negli anni successivi arriveranno Dramma della gelosia di Ettore Scola, Ninì Tirabusciò, Amore mio, aiutami accanto ad Alberto Sordi, Polvere di stelle e L’anatra all’arancia. Film diversi, personaggi diversi, un talento che non sembra conoscere confini.

In Polvere di stelle (1973), accanto ad Alberto Sordi, racconta il mondo del varietà durante la guerra, tra ambizioni, precarietà e desiderio di riscatto. In Dramma della gelosia (1970) è una donna coinvolta in un triangolo sentimentale che diventa il pretesto per raccontare le contraddizioni della società italiana. In L’anatra all’arancia (1975), accanto a Ugo Tognazzi, dimostra ancora una volta di poter sostenere una commedia brillante senza perdere profondità.

Il passaggio dalla donna enigmatica di Antonioni alla protagonista esplosiva della commedia non è una contraddizione da risolvere. È la prova della sua libertà interpretativa. Monica Vitti non aveva bisogno di essere sempre la stessa, né di difendere un’immagine costruita intorno a lei. Poteva essere tutto e il suo contrario, proprio come aveva spiegato parlando dei personaggi di Antonioni.

E forse è questo il punto che lega la sua vita al suo cinema: non aver mai accettato che una definizione, per quanto prestigiosa, potesse esaurire ciò che era.

Il volto, la voce e l’eredità di una donna irripetibile

Nel 1995 la Mostra del cinema di Venezia le conferisce il Leone d’oro alla carriera. È il riconoscimento di un percorso che aveva attraversato il cinema d’autore, la commedia, il teatro, la scrittura e persino la regia, con Scandalo segreto del 1990.

Negli ultimi anni della sua vita, una malattia neurodegenerativa la allontana progressivamente dalla scena pubblica. Accanto a lei rimane il marito Roberto Russo, conosciuto nel 1975 e sposato nel 2000. Monica Vitti muore a Roma il 2 febbraio 2022, a novant’anni.

Oggi, nel giorno in cui avrebbe compiuto 95 anni, ricordarla significa forse fare un esercizio diverso dalla semplice celebrazione. Significa tornare ai suoi film, ascoltare le sue interviste, osservare come riuscisse a passare da un silenzio a una risata, da un’inquietudine esistenziale a una battuta fulminante. Significa riconoscere che dietro un volto meraviglioso c’era prima di tutto una mente, una voce e una personalità che non si sono mai lasciate esaurire dalla propria immagine.

Le donne che ha interpretato non avevano tutte le risposte. Non erano sempre forti, non erano sempre sicure, non erano sempre capaci di scegliere la strada giusta. Ma avevano iniziato a porsi domande diverse. E in quelle domande c’era già una forma di libertà.

Forse la sua eredità più importante sta proprio qui: averci mostrato che una donna non deve essere necessariamente coerente con l’immagine che gli altri hanno costruito di lei. Può cambiare, desiderare, sbagliare, contraddirsi. Può essere il proprio personaggio e, allo stesso tempo, il suo opposto.

Perché la libertà, in fondo, comincia anche da questo: non lasciare che siano gli altri a decidere chi dobbiamo essere.

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