Jeff Bezos “ha compromesso la fiducia del pubblico nel giornalismo combattivo e indipendente del Washington Post”, ha scritto Bob Woodward in Secrets, la sua autobiografia in uscita il 24 novembre. Il giornalista, 82 anni, contesta al fondatore di Amazon le scelte compiute alla guida del quotidiano americano, acquistato nel 2013. “Ci sono cose, nella vita e negli affari, che contano più del profitto”, ha aggiunto.
Il volume, anticipato proprio dal Washington Post, ripercorre decenni di inchieste e rivela l’identità di alcune fonti rimaste riservate. Racconta anche la disillusione verso un proprietario dal quale Woodward si aspettava le risorse necessarie a garantire il futuro e l’autonomia del giornale.
Dal sollievo per l’acquisto alla rottura con Bezos
L’arrivo di Bezos nel 2013 aveva suscitato in Woodward un senso di “sollievo”. L’editoria tradizionale attraversava una profonda crisi economica e l’investimento di uno degli uomini più ricchi del mondo sembrava offrire una possibilità di rilancio, consentendo al quotidiano di indagare il potere senza subirne le pressioni.
Woodward riconosce al proprietario di aver difeso l’autonomia editoriale durante il primo mandato di Donald Trump. La Casa Bianca aveva attaccato ripetutamente Amazon anche in relazione alla copertura critica dell’amministrazione da parte del giornale.
La svolta risale all’ottobre 2024, pochi giorni prima delle presidenziali: Bezos bloccò la pubblicazione del sostegno a Kamala Harris che il quotidiano stava preparando. La decisione provocò forti polemiche, soprattutto per le modalità e i tempi dell’intervento, arrivato a lavoro già avviato.
Negli Stati Uniti, le indicazioni di voto appartengono tradizionalmente alle pagine delle opinioni, distinte dalla cronaca e dalle inchieste. Non sostenere un candidato non equivale, di per sé, a rinunciare all’indipendenza. Woodward inizialmente sospese il giudizio: «Una parte di me continuava a credere che si sarebbe reso conto dell’errore. Decisi di concedergli il beneficio del dubbio».
Le contestazioni sui tagli e sui rapporti con Trump
A incrinare progressivamente quella fiducia sarebbero stati gli episodi successivi. Woodward contesta la partecipazione di Bezos alla cerimonia d’insediamento di Trump, la riorganizzazione delle pagine delle opinioni e i tagli al bilancio e al personale. Gli rimprovera anche la mancata presa di posizione pubblica davanti agli attacchi del presidente contro la stampa.
La critica riguarda il rapporto tra proprietà, potere politico e informazione, soprattutto quando l’editore ha interessi economici che possono intrecciarsi con le scelte del governo. L’intervento di un proprietario non costituisce automaticamente una censura; per Woodward, però, le decisioni di Bezos hanno indebolito la fiducia nell’indipendenza della testata.
Il giornalista è da oltre mezzo secolo un simbolo del giornalismo investigativo americano. Le sue inchieste sul Watergate, condotte con Carl Bernstein, contribuirono alle dimissioni di Richard Nixon nel 1974 e alla reputazione del Post come riferimento della stampa indipendente, capace di indagare il presidente senza arretrare davanti alle pressioni politiche. Woodward teme ora che quel principio venga compromesso dalle decisioni interne alla proprietà.
Le fonti segrete rivelate in Secrets
Il libro identifica Brent Scowcroft e Lawrence Eagleburger, stretti collaboratori di Nixon, come le fonti di un episodio degli ultimi giorni della presidenza. Furono loro a raccontare a Woodward che Nixon, travolto dal Watergate, avrebbe implorato Henry Kissinger di inginocchiarsi e pregare con lui, scoppiando in lacrime. La scena comparve in The Final Days, pubblicato da Woodward e Bernstein nel 1976, senza rivelare per decenni l’identità delle fonti.
Woodward descrive Scowcroft come “una fonte segreta per 35 anni”. Il generale, morto nel 2020, avrebbe poi ricoperto l’incarico di consigliere per la Sicurezza nazionale nelle amministrazioni di Gerald Ford e George H.W. Bush. Eagleburger, morto nel 2011, fu una figura di primo piano della diplomazia americana. Tra le fonti compare anche Richard Darman, collaboratore delle amministrazioni Reagan e Bush.
Secrets ricorda inoltre Mark Felt, l’ex dirigente dell’FBI noto come “Gola Profonda”: le sue informazioni furono decisive per seguire le tracce del Watergate, lo scandalo che avrebbe segnato la fine della presidenza Nixon. La sua identità venne resa pubblica nel 2005.
