Quando Don Vincenzo Ascalone scopre che la figlia Agnese, quindici anni, è incinta del fidanzato della sorella maggiore, la prima domanda che si pone riguarda il paese: chi lo sa, chi potrebbe saperlo, con quanta rapidità si può fare in modo che non sia mai accaduto. Il film di Pietro Germi, uscito nel 1964, si regge interamente su questo scarto tra ciò che è successo a una ragazza e ciò che ne può dire la gente, e non lo abbandona mai.
Forte del successo di Divorzio all’italiana, Germi sceglie di rimanere in Sicilia ma alza in modo decisivo il tiro della sua denuncia. Se nel film precedente il paradosso del delitto d’onore veniva filtrato da una satira cinica che cercava la complicità dello spettatore, qui la commedia rinuncia a qualsiasi intento consolatorio: il meccanismo del riso smette di essere una via di fuga e si trasforma nello strumento con cui il regista mette a nudo la feroce ipocrisia di un intero sistema sociale.
La comicità nasce così da un corto circuito continuo. Si ride delle denunce presentate e ritirate a seconda della convenienza, del matrimonio riparatore archiviato come una fredda pratica d’ufficio e persino di una finta spedizione punitiva allestita al solo scopo di soddisfare lo sguardo altrui, perché l’onore, per esistere, ha bisogno di un pubblico. Attraverso questo impianto, la risata cessa di essere liberatoria e diventa una forma di involontaria partecipazione al dramma.
È in questo scarto che si misura la forza della scrittura firmata da Germi insieme ad Age, Scarpelli e Vincenzoni. La sceneggiatura non sbandiera mai direttamente la propria indignazione morale, ma sceglie una strada più spietata: la affida per intero al crescente imbarazzo di chi guarda.
L’articolo 544 del codice penale, che estingueva il reato di violenza carnale se l’autore sposava la vittima, è meno il bersaglio del film che il suo materiale di lavoro. Nessuno lo contesta, tutti lo maneggiano. Nel sistema descritto da Germi la norma e il codice d’onore non si contraddicono ma si prestano a vicenda gli strumenti, e Agnese, che nessuno ascolta, passa dallo stato di persona a quello di danno da riparare prima che si veda.
Un cast d’eccezione in una Sicilia rovente
Saro Urzì, premiato a Cannes per la miglior interpretazione maschile, costruisce Don Vincenzo sull’agitazione. Un uomo che non sta mai fermo, che controlla, ordina, rimedia, e a cui non viene mai il sospetto di essere la causa del disordine che si affanna a sedare. Stefania Sandrelli gli oppone un’Agnese che parla pochissimo, e quel poco pesa più di tutto il movimento che ha intorno. Aldo Puglisi dà a Peppino la vigliaccheria di chi non ha neppure il coraggio della propria colpa, mentre Lando Buzzanca è Antonio, il fratello di Agnese, educato a considerare la vendetta un dovere e incapace di sottrarvisi. Sciacca, più che un fondale, è una giuria: persiane socchiuse, piazze di uomini che osservano, un giudizio che non ha bisogno di essere pronunciato per essere eseguito. Il matrimonio riparatore e il delitto d’onore furono abrogati solo nel 1981, diciassette anni dopo. Il film è disponibile su RaiPlay.
