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Baby Gang, dalla strada alla musica: la carriera, le ambizioni politiche e i guai giudiziari

Zaccaria Mouhib, in arte Baby Gang, è tornato in carcere dopo la nuova ordinanza del gip di Lecco. Dall'infanzia difficile all'ascesa nel rap, dalle condanne alle assoluzioni fino alle nuove accuse: la storia del trapper che già a "Muschio Selvaggio" parlava di politica.

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Baby Gang, dalla strada alla musica: la carriera, le ambizioni politiche e i guai giudiziari

Il rapper Zaccaria Mouhib alias Baby Gang | ANSA/MATTEO CORNER – Alanews.it

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

Zaccaria Mouhib, conosciuto come Baby Gang, è nato a Lecco nel 2001 da genitori originari del Marocco. È cresciuto tra Lecco e Calolziocorte e ha trascorso anche un periodo in Marocco. Tornato in Italia, ha raccontato di aver vissuto un’infanzia segnata dalle difficoltà economiche e dall’assenza di punti di riferimento. A 11-12 anni lasciò la famiglia e iniziò a vivere sulla strada, entrando in contatto con altri ragazzi che vivevano situazioni simili.

È in quegli anni che nasce il soprannome Baby Gang, che sarebbe poi diventato il nome d’arte con cui avrebbe costruito una delle carriere più riconoscibili della nuova scena trap italiana.

Il suo rapporto con la giustizia inizia quando è ancora minorenne. Nel corso dell’adolescenza vengono segnalati diversi episodi che lo portano in comunità e in istituti penali minorili. È anche questa esperienza a diventare successivamente parte della sua narrazione musicale.

La svolta arriva con la musica. Il primo brano, “Street”, viene pubblicato quando ha 17 anni. Nel percorso artistico assume un ruolo importante anche don Claudio Burgio, fondatore della comunità Kayros, dove Mouhib trascorre un periodo. Nel 2021 arrivano l’EP EP1 e l’album Delinquente, mentre nel 2023 pubblica Innocente. I suoi lavori raggiungono il successo commerciale e Baby Gang diventa uno degli artisti più ascoltati della scena rap italiana.

A “Muschio Selvaggio” le prime ambizioni politiche

Nel 2021, quando la sua carriera musicale era già in forte crescita, Baby Gang fu ospite di “Muschio Selvaggio”, il podcast condotto all’epoca da Fedez e Luis Sal.

L’intervista è tornata particolarmente significativa alla luce delle vicende successive. Parlando della propria esperienza con la giustizia, Mouhib raccontava di essere stato arrestato più volte e denunciava quella che considerava una condizione di ingiustizia nei suoi confronti. Diceva di voler manifestare “per l’ingiustizia” e criticava il modo in cui, secondo lui, istituzioni e politica lo trattavano.

Ma in quell’occasione parlò anche esplicitamente di politica. Alla domanda sulla possibilità di impegnarsi in quel campo, dopo aver già provocatoriamente detto che se ci era riuscito Matteo Salvini avrebbe potuto farlo anche lui, chiarì che non si trattava soltanto di una battuta: disse di avere l’ambizione di poter entrare in politica. In un altro passaggio arrivò a parlare anche dell’idea di diventare presidente.

Nella stessa intervista raccontò inoltre il proprio rapporto con il carcere e con la comunità, spiegando di aver avuto in passato una visione molto diversa della detenzione rispetto a quella maturata successivamente.

I primi procedimenti e il rapporto conflittuale con la giustizia

Parallelamente alla crescita artistica, continuano però i problemi giudiziari.

Nel 2022 Mouhib viene coinvolto nella vicenda della sparatoria avvenuta nella notte tra il 2 e il 3 luglio in via Tocqueville, vicino a corso Como, nella quale due giovani senegalesi vengono feriti a colpi di arma da fuoco. Nel processo con rito abbreviato, Baby Gang viene condannato in primo grado a 5 anni e 2 mesi.

La Corte d’Appello di Milano, nel luglio 2024, riduce la pena a 2 anni, 9 mesi e 10 giorni, facendo cadere l’accusa di rapina per lui e riconoscendo le attenuanti generiche equivalenti alle aggravanti contestate. Restano le condanne per gli altri reati, tra cui lesioni, rissa e porto abusivo di arma.

Quello stesso periodo giudiziario porta però anche a un’assoluzione.

Baby Gang era stato condannato in primo grado a 4 anni e 10 mesi per una presunta rapina a Vignate, nel Milanese, relativa a un episodio del 2021. Nel luglio 2024 la Corte d’Appello di Milano lo assolve con la formula “per non aver commesso il fatto”. I giudici ritengono il quadro probatorio insufficiente e viene accolto l’alibi secondo cui il cantante quel giorno si trovava a Rimini.

La distinzione è importante: non tutti i procedimenti a carico di Baby Gang si sono conclusi con una condanna.

Dal carcere ai domiciliari, fino alla nuova condanna per la pistola

Nel corso degli anni Mouhib ha inoltre violato più volte le prescrizioni delle misure alle quali era sottoposto. Nel gennaio 2024, mentre si trovava sottoposto all’obbligo di dimora, venne arrestato e trasferito ai domiciliari dopo un episodio nel quale era stato accusato di aver sparato con una pistola ad aria compressa a un conoscente.

Nel settembre 2025 arriva un nuovo arresto. I carabinieri lo trovano in una camera d’albergo a Milano, dopo un’esibizione al concerto di Emis Killa, con una pistola semiautomatica con matricola abrasa. L’indagine della Procura di Lecco è più ampia e riguarda anche altre persone e un presunto traffico di armi.

Il 4 marzo 2026 arriva la sentenza: il cantante viene condannato con rito abbreviato a 2 anni e 8 mesi per ricettazione e detenzione di una pistola clandestina con matricola abrasa. La difesa ha annunciato la possibilità di ricorrere in appello.

Dopo la sentenza, Baby Gang pronuncia una frase che sembra voler segnare una svolta: “Adesso basta, solo musica”. In quel momento è ai domiciliari e sta cercando di proseguire il proprio percorso fuori dal carcere.

Ma passano meno di due settimane.

Il nuovo arresto del 17 marzo 2026

Il 17 marzo 2026 i carabinieri di Lecco tornano a bussare alla sua porta. Baby Gang viene nuovamente arrestato nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Lecco che coinvolge anche altre persone della sua cerchia.

Le accuse, a vario titolo, comprendono detenzione, cessione e porto illegale di armi, anche da guerra, ricettazione, rapina e lesioni aggravate, oltre ai maltrattamenti nei confronti della compagna. Il provvedimento riguarda complessivamente diverse persone: sette vengono sottoposte a custodia cautelare in carcere e altre misure vengono applicate ad altri indagati.

Secondo gli investigatori, l’inchiesta riguarda anche il presunto ruolo di persone vicine al cantante nella gestione delle armi e in episodi violenti. Si tratta di accuse contestate nell’ambito dell’indagine e non di responsabilità definitivamente accertate.

Il gip: “Esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”

Ora il gip di Lecco Gianluca Piantadosi ha confermato la custodia cautelare in carcere per Mouhib.

La difesa, rappresentata dall’avvocato Niccolò Vecchioni, aveva chiesto una misura meno afflittiva: gli arresti domiciliari in una comunità terapeutica, con il braccialetto elettronico. Il giudice ha invece ritenuto ancora presenti esigenze cautelari che nell’ordinanza vengono definite di “eccezionale rilevanza”.

Il provvedimento richiama i precedenti giudiziari e il cosiddetto “regime di sorveglianza particolare” disposto nei confronti del cantante durante una precedente permanenza in carcere.

Secondo il gip, Mouhib avrebbe mostrato nel tempo una difficoltà a rispettare le prescrizioni imposte dall’autorità giudiziaria. Nell’ordinanza il giudice utilizza espressioni molto dure, descrivendolo come una persona violenta e “completamente inaffidabile”.

La presunta rete criminale e il gruppo Npt

Uno dei passaggi più delicati dell’ordinanza riguarda il presunto inserimento di Baby Gang in “reti criminali di vasta scala”.

Il gip attribuisce al cantante una capacità di influenza su una “cerchia ampia di persone” che, secondo la ricostruzione giudiziaria, sarebbe disposta a sostenerlo e proteggerlo. Il provvedimento arriva a ipotizzare che alcuni componenti del suo gruppo Npt possano essere indotti a inquinare le prove, assumersi responsabilità penali al suo posto oppure nascondere armi.

Sono valutazioni contenute nell’ordinanza cautelare e rappresentano quindi la ricostruzione del giudice sulla base degli elementi raccolti dagli investigatori, non una sentenza definitiva sull’esistenza di una rete criminale internazionale.

La difesa contesta radicalmente questa ricostruzione.

Il viaggio in Iraq e i video con le armi

Tra gli elementi richiamati dal gip c’è anche il viaggio compiuto da Baby Gang in Iraq nel 2025, mentre era sottoposto alla sorveglianza speciale.

Dalle intercettazioni del luglio di quell’anno, secondo quanto riportato negli atti, sarebbe emerso che il cantante riuscì a raggiungere il Paese senza comunicarlo alle autorità. Durante il soggiorno realizzò materiale audiovisivo nel quale comparivano bazooka, mitra e kalashnikov.

La difesa sostiene però una versione completamente diversa. Secondo Vecchioni, il viaggio sarebbe stato organizzato esclusivamente per la realizzazione di un videoclip musicale e gli accordi per il soggiorno sarebbero stati presi dalla casa di produzione, che avrebbe garantito al cantante ospitalità e assistenza da parte di militari locali.

Nel ricorso viene inoltre contestata l’esistenza stessa della presunta rete criminale internazionale: secondo la difesa, dagli atti non emergerebbe alcun componente identificato di questa rete e non sarebbe stato dimostrato che Mouhib ne facesse parte o ne avesse beneficiato.

La richiesta di una comunità terapeutica

La difesa ha chiesto di sostituire il carcere con una misura in una comunità terapeutica, anche attraverso il controllo del braccialetto elettronico.

Il ricorso richiama una documentazione sanitaria che descrive una “doppia diagnosi”, comprendente un disturbo psichiatrico e un problema di abuso di stupefacenti. La difesa sostiene che il carcere non rappresenti la soluzione più adeguata e che Mouhib dovrebbe poter proseguire il percorso terapeutico già iniziato fuori dall’ambiente carcerario.

Secondo i legali, la documentazione più recente mostrerebbe inoltre una disponibilità del cantante a intraprendere una revisione critica dei propri comportamenti e ad affrontare i propri trascorsi.

Contro la decisione del gip, Vecchioni ha già presentato ricorso al Tribunale del Riesame di Milano. Nel frattempo, la Procura di Lecco ha chiuso le indagini preliminari in vista della richiesta di rinvio a giudizio.

Dalla “vita di strada” al successo: la contraddizione al centro della storia di Baby Gang

La parabola di Baby Gang si sviluppa quindi lungo due percorsi paralleli.

Da una parte c’è l’artista, diventato in pochi anni uno dei nomi più ascoltati del rap italiano, con milioni di follower e collaborazioni con alcuni dei principali protagonisti della scena musicale.

Dall’altra c’è Zaccaria Mouhib, la cui adolescenza è stata segnata da comunità e carcere e la cui vita adulta è stata attraversata da una lunga sequenza di procedimenti giudiziari, arresti, condanne e anche assoluzioni.

La musica ha rappresentato per lui uno strumento di riscatto, ma anche il mezzo attraverso cui ha costruito una narrazione fortemente legata alla strada, al carcere, al conflitto con le istituzioni e alla propria esperienza di marginalità.

Ed è proprio questo elemento a rendere ancora attuale quella vecchia intervista a Muschio Selvaggio: già allora Baby Gang diceva di voler trasformare la propria esperienza in qualcosa di più grande della musica e parlava apertamente di politica.

Oggi, a distanza di anni, quelle dichiarazioni si confrontano con una realtà molto diversa da quella immaginata allora: una nuova misura cautelare in carcere, un’indagine per armi e altri reati e una richiesta della difesa di poter proseguire il percorso terapeutico fuori dal carcere.

La sua storia, ancora una volta, si trova sospesa tra due immagini: quella dell’artista che ha trasformato la propria esperienza di strada in successo e quella dell’uomo che continua a confrontarsi con la giustizia.

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