La peste continua a provocare casi nell’uomo soprattutto in Africa: tra il 2019 e il 2025 dieci Paesi nel mondo hanno segnalato all’Organizzazione mondiale della sanità 3.860 casi sospetti. I dati, pubblicati il 29 settembre, descrivono una malattia rara e geograficamente concentrata, ma non eradicata: il batterio sopravvive in alcuni focolai naturali.
A riportare l’attenzione sulla malattia è stata anche la recente morte di una ricercatrice di 28 anni in un laboratorio della Siberia dove si studiano agenti patogeni, compreso quello della peste. Non è stato accertato, tuttavia, che il decesso sia stato causato dall’infezione.
Come si trasmette la peste
La peste è una malattia infettiva causata dal batterio Yersinia pestis, presente in natura soprattutto nei piccoli mammiferi e nelle pulci che li infestano. La trasmissione all’uomo avviene più spesso attraverso il morso di una pulce infetta, ma è possibile anche con il contatto diretto con tessuti o fluidi di animali infetti.
Il contagio tra persone riguarda soprattutto la forma polmonare: il batterio può diffondersi attraverso particelle respiratorie durante un contatto ravvicinato. La forma bubbonica, invece, normalmente non si trasmette direttamente tra esseri umani. L’incubazione dura generalmente da uno a sette giorni, ma nella peste polmonare può ridursi a circa 24 ore.
Le tre forme cliniche e i sintomi
L’Oms distingue tre forme principali: bubbonica, setticemica e polmonare. La peste bubbonica, la più comune, provoca generalmente febbre improvvisa, brividi, mal di testa, debolezza, nausea e vomito. Il segno caratteristico è il bubbone: un linfonodo gonfio, infiammato e molto doloroso, che può comparire all’inguine, sotto le ascelle o sul collo.
La peste setticemica si verifica quando il batterio si moltiplica nel sangue. Può causare emorragie, danni agli organi e necrosi dei tessuti, soprattutto alle estremità.
La peste polmonare colpisce i polmoni, con possibili difficoltà respiratorie, dolore al petto e tosse, talvolta accompagnata da espettorato sanguinolento. Richiede l’intervento più rapido: senza trattamento può essere fatale anche entro 18-24 ore dall’insorgenza dei sintomi.
Gli antibiotici e la diagnosi tempestiva
A differenza delle grandi epidemie del passato, oggi la malattia può essere trattata efficacemente con gli antibiotici. È però fondamentale riconoscerla in tempo, soprattutto nelle forme più gravi.
La conferma dell’infezione arriva dagli esami di laboratorio su campioni di sangue, espettorato o materiale prelevato dai linfonodi. Se il sospetto clinico ed epidemiologico è forte, il trattamento può essere avviato rapidamente per evitare la progressione della malattia. I pazienti con peste polmonare devono essere isolati; i contatti stretti vanno individuati e monitorati.
Dove si concentrano i casi nel mondo
Dei dieci Paesi che hanno notificato casi sospetti nel periodo 2019-2025, sei hanno registrato almeno un caso confermato. Il rapporto dell’Oms riporta complessivamente 2.646 casi confermati e 423 decessi. La Repubblica Democratica del Congo e il Madagascar rappresentano insieme il 97,7% dei casi confermati.
La Repubblica Democratica del Congo ha segnalato 54 casi nel solo 2025, mentre il Madagascar ne ha confermati 51. Sono stati registrati casi anche in Kenya e Mongolia. Le infezioni nell’uomo restano relativamente poche e concentrate in aree specifiche; la sorveglianza riguarda soprattutto i territori in cui il batterio continua a circolare tra animali e pulci.
I dati dell’Oms descrivono le segnalazioni ricevute dai singoli Paesi, non una stima completa dell’incidenza mondiale: l’assenza di casi notificati non significa necessariamente che il batterio non sia presente.
