Non servono né forza fisica né abilità particolari: nelle “aura battles” si sfidano pose, gesti, balletti, meme e soprattutto la capacità di conquistare l’attenzione degli altri. Il fenomeno, nato e cresciuto sui social, è ormai uscito dagli schermi per arrivare nelle piazze e nei parchi, con ragazzi e ragazze che si affrontano davanti a un pubblico chiamato a decidere chi abbia più “aura”. Una tendenza particolarmente diffusa tra Gen Z e Gen Alpha e che dall’America Latina sta iniziando a raggiungere anche l’Europa, Italia compresa.
Che cosa significa avere “aura”
La parola “aura” non è certo nata con TikTok. Per chi è cresciuto con “Dragon Ball”, per esempio, richiama l’energia che circonda i personaggi quando raggiungono nuovi livelli di potenza. Nel linguaggio degli adolescenti, invece, il termine ha assunto un significato diverso e viene utilizzato per indicare il carisma, la sicurezza e la capacità di apparire “cool” senza dare l’impressione di stare cercando deliberatamente l’attenzione.
Sui social questa idea si è trasformata quasi in un sistema di punteggio. Una posa particolarmente riuscita, una battuta, un gesto sicuro o una situazione nella quale si riesce a catturare gli sguardi degli altri permettono idealmente di “guadagnare aura”. Al contrario, una figuraccia o un momento imbarazzante possono farne perdere.
Il concetto è diventato talmente riconoscibile da essere entrato anche nella cultura popolare. Un esempio è il gesto del “six-seven”, uno dei tormentoni più diffusi tra Gen Z e Gen Alpha, riprodotto in diverse occasioni anche da Papa Leone XIV. Utilizzando il gergo dei più giovani, si potrebbe dire che in quei momenti il Pontefice abbia “accumulato aura”.
Dalle battaglie di rap alle aura battles
La struttura delle nuove sfide ricorda, almeno in parte, quella delle battle che per decenni hanno coinvolto ballerini e rapper. La differenza è che nelle “aura farming battles” non si combatte con rime o coreografie elaborate: i partecipanti devono dimostrare di avere più presenza scenica dell’avversario. Due ragazzi si posizionano uno di fronte all’altro mentre intorno si forma una cerchia di spettatori. A quel punto iniziano pose, movimenti, espressioni, imitazioni e gesti presi dal mondo dei social, dei videogiochi e dello sport. Il pubblico diventa anche una sorta di giuria e sono le sue reazioni, dagli applausi alle risate, a determinare chi riesce a imporsi.
Il risultato può apparire incomprensibile a chi non conosce i riferimenti culturali utilizzati dai partecipanti. Per i ragazzi, invece, il meccanismo è immediato: bisogna trovare qualcosa di abbastanza riconoscibile o divertente da provocare una reazione negli altri.
Dal “Siuuu” al mewing: come si sfidano i ragazzi
Tra gli elementi che possono comparire durante una battle ci sono il celebre “Siuuu” di Cristiano Ronaldo, il “mewing”, cioè la posa associata alla mascella pronunciata, il gesto del “six-seven“, la dab e numerosi altri riferimenti diventati virali online. Le fonti di ispirazione sono molto diverse. I giovani possono riprendere una posa iconica di un personaggio di un videogioco, imitare l’esultanza di un calciatore, riprodurre un meme o semplicemente assumere un’espressione particolarmente sicura di sé. L’obiettivo è sempre lo stesso: attirare l’attenzione della folla.
Anche in Messico il criterio è soprattutto quello della creatività e dell’intrattenimento. Il quattordicenne Carlos Irving Quintana, conosciuto come “Thanos”, ha spiegato che contano le mosse più creative, divertenti e capaci di intrattenere il pubblico. Per gli organizzatori, invece, la vera sfida riguarda soprattutto la fiducia in se stessi e la capacità di mostrarsi davanti agli altri.
Le aura battles conquistano l’America Latina
Il fenomeno ha trovato particolare spazio in America Latina, dove le prime competizioni organizzate sono comparse in Brasile e si sono poi diffuse rapidamente in Messico, Argentina, Perù, Bolivia, Paraguay e altri Paesi dell’area.
In Messico le battle hanno iniziato a portare gli adolescenti nelle piazze, trasformando un linguaggio nato online in uno spettacolo dal vivo. Una delle competizioni organizzate a Città del Messico è stata vinta dal sedicenne Kaled Rosales Salazar, che ha ricevuto un premio di 2.000 pesos messicani, pari a circa 100 euro. Il ragazzo ha raccontato di apprezzare la possibilità di mostrarsi per quello che è anche a costo di fare una figuraccia. Secondo la sua filosofia, le persone criticheranno comunque ciò che si fa o non si fa, quindi tanto vale mettersi in gioco e, in questo caso, provare anche a ottenere una ricompensa.
Dall’America Latina all’Europa
Dopo essersi affermato in America Latina, il fenomeno ha iniziato a comparire anche in Europa. In Spagna e in Italia sono già comparsi video di sfide amatoriali, mentre sui social si trovano anche utenti che cercano qualcuno da affrontare in una battle. Un evento dedicato alle aura battles era stato organizzato a Buggerru, in provincia di Cagliari, per il primo settembre. Gli organizzatori lo avevano presentato sulla propria pagina TikTok come una prima tappa di un tour ufficiale, ma l’appuntamento è stato poi annullato a causa del maltempo.
La cancellazione non ha però fermato la diffusione del fenomeno. Sui social continuano a circolare filmati di ragazzi impegnati nelle sfide e contenuti dedicati alle loro esibizioni, contribuendo a far conoscere ulteriormente questo particolare linguaggio.
Perché il fenomeno delle aura battles riguarda soprattutto Gen Z e Gen Alpha
La diffusione delle aura battles tra i più giovani non è casuale. Gen Z e Gen Alpha sono cresciute in un ambiente nel quale essere riconoscibili, divertenti e facilmente condivisibili può avere un peso importante nella costruzione della propria identità online. Le battle trasferiscono questa stessa logica nel mondo reale. Una persona che normalmente cercherebbe di attirare l’attenzione attraverso un video, un’immagine o un commento deve invece riuscire a conquistare una folla presente fisicamente.
In questo senso, il fenomeno rappresenta una trasformazione interessante delle dinamiche nate sui social. Il telefono non scompare del tutto, perché continua a essere lo strumento attraverso cui le sfide vengono filmate e condivise, ma l’esibizione avviene davanti ad altre persone, in uno spazio pubblico.
La riscoperta delle piazze e dei rapporti dal vivo
Proprio questo aspetto distingue le aura battles da molte altre mode nate online. I partecipanti lasciano per qualche momento la dimensione individuale dello schermo e si ritrovano insieme in piazze e parchi, trasformandoli nuovamente in luoghi di aggregazione. Le relazioni che nascono durante una battle non passano quindi soltanto da messaggi, like e commenti. I ragazzi devono confrontarsi direttamente con altre persone, con il loro sguardo e con le loro reazioni. La sfida diventa così anche un modo per sperimentare il proprio rapporto con gli altri e con lo spazio pubblico.
La psicologa Diane Rodríguez, nell’articolo “Aura Farming: A Psychosocial Analysis of an Emerging Trend Among Latin American Gen Z”, ha collegato il fenomeno alla necessità dei giovani di sentirsi parte di qualcosa, di essere riconosciuti e di costruire una propria identità.
Una sfida che insegna anche a ridere di se stessi
Un altro elemento evidenziato nell’analisi psicologica del fenomeno riguarda l’autoironia. Esporsi davanti a un gruppo significa accettare la possibilità di apparire ridicoli e imparare a non considerare ogni errore come un fallimento. La capacità di stare al gioco e di ridere di se stessi può diventare quindi una forma di allenamento alla socialità. In una battle non conta soltanto riuscire a sembrare sicuri: bisogna anche accettare che qualcuno possa reagire con una risata o che la propria esibizione non ottenga il risultato sperato.
È un elemento particolarmente significativo se confrontato con alcune delle challenge che negli ultimi anni hanno coinvolto gli adolescenti sui social, arrivando in alcuni casi a provocare incidenti, comportamenti autolesionistici o altre situazioni pericolose. Le aura battles, almeno nella loro impostazione, non richiedono invece azioni estreme e non prevedono un rischio fisico come elemento della competizione.
Il rischio della ricerca di approvazione
Questo non significa però che il fenomeno sia privo di possibili criticità. Mettersi in scena davanti ai propri coetanei significa anche esporsi al loro giudizio. Se il proprio valore viene associato troppo strettamente alla reazione del gruppo, il gioco può trasformarsi in una continua ricerca di approvazione. Il confine tra divertirsi e avere bisogno della conferma degli altri può quindi diventare sottile. Il problema, in questo caso, non riguarda tanto il gesto compiuto durante la battle quanto il modo in cui la persona finisce per percepire se stessa attraverso lo sguardo del pubblico.
Anche la dimensione digitale può introdurre ulteriori rischi. La pubblicazione dei video può infatti trasformare una semplice figuraccia davanti a una piccola folla in un contenuto potenzialmente visto da moltissime persone, creando spazio anche per episodi di cyberbullismo.
Le aura farming battles rimangono dunque un fenomeno nato dal linguaggio dei social, ma la loro caratteristica più particolare è forse proprio quella di riportare quel linguaggio nel mondo fisico. Dietro pose, meme, gesti e battute c’è una generazione che cerca attenzione e riconoscimento, ma anche un’occasione per incontrarsi, mettersi in gioco e sperimentare concretamente il rapporto con gli altri.
