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Israele al voto il 27 ottobre: quali partiti possono cambiare la politica sul genocidio in Palestina?

Quali sono i partiti, se arrivassero al governo, cambierebbero davvero la politica verso Gaza e i territori occupati? E cosa resta dopo il tentativo di escludere i partiti arabi dal voto?

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Israele al voto il 27 ottobre: quali partiti possono cambiare la politica sul genocidio in Palestina?

Israele al voto il 27 ottobre: quali partiti possono cambiare la politica sul genocidio in Palestina?

Ludovica Bartolini di Ludovica Bartolini

Nata a Napoli nel 2002, ho conseguito una laurea in Arti, Spettacolo ed Eventi Culturali e una in Journalism and Multimedia Communication. Mi occupo di cultura, cinema e spettacolo

Il 27 ottobre Israele torna alle urne per eleggere la 26ª Knesset, in quelle che saranno le prime elezioni nazionali dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la guerra a Gaza che ne è seguita. La domanda che attraversa la campagna elettorale è quindi inevitabile: cambiare governo può significare anche cambiare la politica israeliana nei confronti dei palestinesi?

La risposta non è semplice. Nessuna delle principali forze politiche israeliane oggi in corsa presenta un programma che possa essere sintetizzato semplicemente come “fine del genocidio”. Le posizioni vanno dalla prosecuzione di una politica militare contro Hamas e dal mantenimento del controllo israeliano sulla sicurezza di Gaza fino alla richiesta di una separazione dai palestinesi, alla fine dell’espansione degli insediamenti e, nel caso delle forze arabe e della sinistra più radicale, alla richiesta di cessate il fuoco, uguaglianza e soluzione politica. Il confronto elettorale, dunque, non riguarda soltanto Netanyahu sì o Netanyahu no, ma anche quale rapporto Israele intenda avere con Gaza, Cisgiordania e popolazione palestinese.

Likud e destra: nessuna apertura a uno Stato palestinese

Il Likud di Benjamin Netanyahu parte da una posizione nettamente contraria alla creazione di uno Stato palestinese. Netanyahu ha dichiarato durante la campagna elettorale che sotto un governo da lui guidato non nascerà uno Stato palestinese. Il premier continua inoltre a sostenere l’obiettivo di eliminare Hamas come organizzazione militare e politica da Gaza. In una dichiarazione del 29 settembre, Netanyahu e il ministro della Difesa Israel Katz hanno ribadito che Israele continuerà a colpire Hamas “finché  Hamas non esisterà più a Gaza”.

La posizione del Likud si inserisce quindi nella continuità della politica dell’attuale governo: sicurezza militare israeliana, opposizione alla nascita di uno Stato palestinese e mantenimento del controllo israeliano sugli aspetti di sicurezza.

Ancora più esplicita è la posizione del Sionismo Religioso di Bezalel Smotrich. Il partito sostiene l’applicazione della sovranità israeliana in Giudea e Samaria e nella Valle del Giordano, dichiarando che questa politica serve anche a impedire la nascita di uno Stato palestinese.

Anche Otzma Yehudit, il partito di Itamar Ben-Gvir, mantiene una linea fortemente incentrata sulla sicurezza e sul controllo israeliano. Ben-Gvir ha inoltre sostenuto l’esclusione di Ra’am dalle elezioni, definendo il partito di Mansour Abbas una formazione vicina al terrorismo.

Tra le forze della destra più radicale c’è anche Zehut, che nel proprio programma sostiene la sovranità israeliana su Gaza e Cisgiordania e respinge esplicitamente l’idea di due Stati, prevedendo per i palestinesi residenti nell’area opzioni che includono la cittadinanza in casi limitati, la residenza permanente o incentivi all’emigrazione.

Eisenkot e Yashar: cambia Netanyahu, non necessariamente la linea palestinese

Il principale sfidante di Netanyahu è Gadi Eisenkot, ex capo di Stato maggiore e leader di Yashar. È qui che il quadro diventa più complesso.

Yashar propone una politica di sicurezza diversa da quella del governo Netanyahu e parla di una futura separazione dai palestinesi, oltre a voler fermare i progetti di annessione in Cisgiordania. Il programma del partito parla di pace e stabilità regionale e di una separazione dai palestinesi.

Ma Eisenkot non sostiene oggi la creazione di uno Stato palestinese. In agosto ha definito “delusional” l’idea che, dopo il 7 ottobre, si possa ancora pensare alla soluzione dei due Stati e ha successivamente affermato che sotto un eventuale governo da lui guidato non verrebbe creato uno Stato palestinese.

Sul piano di Gaza, Yashar mantiene inoltre una linea fortemente securitaria: Hamas dovrebbe essere sconfitto e disarmato. Eisenkot ha anche escluso che Ra’am possa entrare in un governo da lui guidato, pur lasciando aperta una forma di sostegno parlamentare condizionata al riconoscimento di Israele come Stato ebraico e democratico e all’accettazione dell’obiettivo di eliminare Hamas.

Questo significa che un eventuale cambio di governo con Eisenkot non coinciderebbe automaticamente con la fine della politica militare israeliana a Gaza.

Bennett e Lapid: contro Netanyahu, ma con una linea dura su Gaza

Anche B’Yachad, la formazione che riunisce Naftali Bennett e Yair Lapid, rappresenta un’alternativa a Netanyahu, ma non una rottura netta sul piano della sicurezza.

Il programma del partito afferma che Israele non deve tornare alla politica del semplice contenimento e sostiene una strategia di deterrenza e una “vittoria decisiva”. Su Gaza, la posizione ufficiale è: Hamas si disarma oppure Israele lo disarma. Il partito sostiene inoltre che Israele non debba governare direttamente Gaza, ma che debba mantenere il controllo della sicurezza.

Sul futuro politico dei palestinesi, Bennett è contrario alla soluzione dei due Stati. Il partito sostiene inoltre la continuità degli insediamenti israeliani considerati legali e si oppone al trasferimento di territorio a uno Stato palestinese.

Lapid ha avuto in passato una posizione più aperta verso la soluzione dei due Stati e ha criticato Netanyahu per non aver accompagnato l’azione militare con una strategia diplomatica. Ma oggi B’Yachad mantiene una linea di sicurezza molto dura nei confronti di Hamas.

I Democratici di Yair Golan: separazione dai palestinesi e fine dell’annessione

Più a sinistra si collocano The Democrats, guidati da Yair Golan, formazione nata dalla fusione tra Labour e Meretz.

Il programma del partito propone una separazione dai palestinesi, il blocco delle iniziative di annessione in Cisgiordania e una politica orientata alla sicurezza ma anche alla ricerca di una prospettiva di pace. Il partito dichiara di voler “distruggere il governo di Hamas”, ma contemporaneamente di voler costruire una politica regionale fondata su stabilità, pace e libertà.

Golan ha spiegato di voler collaborare con i Paesi arabi sul futuro di Gaza e di considerare possibile, in prospettiva, un confronto politico con i palestinesi. Ha però precisato che, secondo lui, oggi non sarebbe il momento di parlare di uno Stato palestinese.

Anche qui, dunque, la distanza da Netanyahu esiste soprattutto sul progetto politico di lungo periodo, sul rapporto con la democrazia e sull’annessione, ma non coincide con una promessa di immediata fine della guerra o di riconoscimento dello Stato palestinese.

Yisrael Beytenu e Lieberman: sicurezza e nessuno Stato palestinese

Yisrael Beytenu, guidato da Avigdor Lieberman, mantiene una posizione dura sulla sicurezza e non sostiene un percorso verso uno Stato palestinese. Il partito si definisce nazionalista, sionista, liberale e democratico e propone una politica di sicurezza fortemente orientata alla deterrenza.

Il suo modello per il conflitto israelo-palestinese è stato storicamente legato anche a ipotesi di scambio di popolazioni e separazione territoriale.

Shas e gli ultraortodossi: contro Hamas, ma senza un progetto di occupazione permanente

Il quadro cambia con i partiti ultraortodossi.

Shas, guidato da Aryeh Deri, ha sostenuto l’obiettivo di smantellare Hamas e demilitarizzare Gaza, ma si è anche opposto a un controllo israeliano indefinito della Striscia. Il partito ha storicamente mantenuto una posizione più articolata rispetto alla destra nazionalista sul tema diplomatico, pur avendo assunto posizioni dure su diverse questioni di sicurezza.

United Torah Judaism, invece, non ha elaborato una posizione altrettanto dettagliata sul futuro di Gaza e dei territori palestinesi: la sua agenda resta soprattutto concentrata sulle questioni religiose, sociali e interne alla comunità ultraortodossa.

I partiti arabi sono quelli che parlano più esplicitamente di fine dell’occupazione

È qui che la domanda iniziale trova la sua risposta più netta.

I partiti che rappresentano soprattutto i cittadini palestinesi di Israele sono Ra’am e la nuova Lista Unita, formata da Hadash, Ta’al e Balad. Le loro posizioni sono però differenti.

Hadash, formazione arabo-ebraica di sinistra, è quella con le posizioni più esplicite contro la guerra. Il deputato Ofer Cassif, che è stato riammesso dalla Corte Suprema, ha definito le politiche israeliane a Gaza come genocidio e ha chiesto un cessate il fuoco permanente, la liberazione degli ostaggi e la fine del blocco della Striscia. In una testimonianza presentata al Parlamento britannico ha sostenuto che un cessate il fuoco duraturo debba essere il primo passo verso una soluzione politica.

Cassif ha inoltre accusato il governo israeliano di crimini di guerra, apartheid e genocidio, posizione per la quale è stato sospeso più volte dalla Knesset.

Ta’al, il partito di Ahmad Tibi, ha una posizione più pragmatica: partecipa alle istituzioni israeliane mantenendo al centro la questione palestinese e il riconoscimento dei diritti dei cittadini arabi. Insieme a Hadash e Balad corre nella Lista Unita.

Balad, invece, sostiene un modello di Israele come “Stato di tutti i suoi cittadini”, con uguaglianza costituzionale tra ebrei e arabi, riconoscimento della minoranza nazionale palestinese e creazione di uno Stato palestinese.

Il presidente di Balad, Sami Abu Shehadeh, però, non sarà candidato: dopo che la Corte Suprema ha indicato che una maggioranza dei giudici era orientata a confermare la sua esclusione per alcune sue dichiarazioni sull’attacco del 7 ottobre, ha ritirato la candidatura. La Corte ha invece riammesso la Lista Unita e Ra’am.

Ra’am: il partito arabo che ha già governato con una coalizione israeliana

Diversa ancora è la posizione di Ra’am, il partito islamista guidato da Mansour Abbas.

Ra’am ha già fatto parte del governo israeliano tra il 2021 e il 2022, diventando il primo partito arabo indipendente a entrare in una coalizione di governo israeliana da decenni. La sua strategia è più pragmatica: ottenere risorse, servizi e diritti per la popolazione araba attraverso la partecipazione alle istituzioni.

Abbas ha parlato di pace, riconciliazione, fine dell’occupazione e riconoscimento dello Stato di Palestina. Sul fronte di Gaza, la linea riportata per Ra’am è quella del mantenimento del cessate il fuoco e della ricostruzione della Striscia.

Ma Eisenkot ha già detto che Ra’am non farebbe parte di un suo eventuale governo. È un elemento decisivo: anche se i partiti arabi possono correre alle elezioni, la loro capacità di determinare la politica del prossimo governo dipenderà dalle alleanze che saranno possibili dopo il voto.

L’esclusione dei partiti arabi: cosa è successo davvero

Il capitolo elettorale ha avuto un’accelerazione nelle ultime settimane.

Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale aveva escluso dal voto Ra’am, la Lista Unita, Ofer Cassif e Sami Abu Shehadeh. Le richieste erano state sostenute soprattutto da forze della destra e si basavano sull’accusa che queste formazioni o candidati negassero il carattere ebraico e democratico di Israele oppure sostenessero la lotta armata contro Israele.

La procuratrice generale Gali Baharav-Miara si era opposta alle esclusioni delle liste e di Cassif, ritenendo che le prove non raggiungessero la soglia prevista dalla legge.

Poi è arrivata la decisione della Corte Suprema del 2 ottobre: Ra’am e Lista Unita possono partecipare alle elezioni del 27 ottobre. Anche Cassif è stato riammesso. La Corte ha stabilito che il materiale presentato non era sufficiente a soddisfare i criteri necessari per escludere le liste.

Il tentativo di escludere la rappresentanza araba, quindi, non ha prodotto l’esito inizialmente annunciato. Ma la vicenda ha mostrato quanto sia centrale, in queste elezioni, la questione della rappresentanza politica dei cittadini palestinesi di Israele.

Il 27 ottobre può davvero cambiare Gaza?

È qui che la domanda “può finire il genocidio?” diventa più complessa.

Il 27 ottobre può cambiare il governo israeliano, ma non determina automaticamente la fine della guerra, dell’occupazione o del conflitto. Le forze che contestano Netanyahu non condividono infatti una stessa piattaforma sulla questione palestinese.

Da una parte ci sono partiti che vogliono continuare la guerra contro Hamas, mantenere una forte presenza di sicurezza israeliana e respingono oggi la creazione di uno Stato palestinese. In questo campo rientrano Likud, B’Yachad e, con sfumature diverse, Yashar e Yisrael Beytenu.

Dall’altra esistono forze che chiedono separazione dai palestinesi, fine dell’annessione, una prospettiva diplomatica e, soprattutto nel campo arabo e in Hadash, la fine della guerra e dell’occupazione. Ma anche queste forze non sono unite sulla soluzione dei due Stati né sull’eventuale partecipazione dei partiti arabi a un governo.

E c’è un ulteriore elemento: nessun risultato elettorale garantisce da solo la formazione di un governo. Il sistema israeliano è proporzionale e il governo deve costruire una maggioranza parlamentare attraverso coalizioni. Per questo il rapporto tra partiti e possibili alleanze dopo il 27 ottobre sarà importante quanto il risultato delle singole liste.

La domanda, quindi, non è soltanto se Netanyahu perderà o vincerà. È capire quale maggioranza riuscirà a formarsi e quale politica verso Gaza, Cisgiordania e i cittadini palestinesi di Israele sarà in grado di sostenere.

Perché se l’obiettivo è capire se il voto possa interrompere le politiche che la Commissione d’inchiesta dell’ONU ha definito genocidarie, la risposta non si trova in una sola scheda elettorale: si trova nel programma del governo che nascerà da quelle schede, nelle sue coalizioni e nelle decisioni che prenderà sulla guerra, su Gaza, sugli insediamenti e sull’occupazione.

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