atori sul campo indicano una combinazione di povertà, sfollamenti, sovraffollamento e insicurezza. Dare in sposa una figlia può significare avere una persona in meno da mantenere. Ma alcune famiglie vedono il matrimonio anche come una possibile protezione per le adolescenti.
Prima della guerra il fenomeno stava andando nella direzione opposta. In Palestina la percentuale di matrimoni infantili era scesa dal 26% del 2009 all’11% del 2022. Nel 2025, invece, secondo documenti giudiziari esaminati da organizzazioni partner dell’UNFPA, almeno 400 ragazze tra i 14 e i 16 anni avevano ottenuto in soli quattro mesi l’autorizzazione a sposarsi.
Non sempre c’è una festa, né un vestito. In primavera l’UNFPA aveva raccontato la storia di Amal, nome di fantasia, una ragazza di Khan Younis data in sposa a un cugino. Aveva descritto quel matrimonio non come l’inizio di una nuova vita, ma come un accordo per liberare la famiglia di un peso.
Quando scompare anche una porta da chiudere
Per capire come si arrivi a considerare un matrimonio una forma di protezione bisogna guardare alla vita quotidiana nei luoghi dello sfollamento.
A maggio 2026, secondo un altro rapporto UNFPA, in 1.590 siti per sfollati vivevano oltre 1,7 milioni di persone. Più dell’82% erano strutture temporanee o informali e 1.058 non avevano un soggetto formalmente responsabile della gestione.
Qui la sicurezza passa anche da cose apparentemente banali: una serratura, una luce, un bagno raggiungibile senza paura.
Per una donna essere al sicuro significa poter dormire, cambiarsi o lavarsi senza essere esposta agli sguardi degli altri. Significa non dover scegliere quando andare in bagno perché il percorso, di notte, è troppo pericoloso. Significa soprattutto poter raccontare una violenza senza essere ascoltata da chi vive nella tenda accanto.
Un’indagine dell’UNFPA su 230 donne sfollate, alcune costrette a spostarsi fino a dieci volte, descrive proprio questo: sovraffollamento, quasi totale assenza di privacy e difficoltà nell’accesso ad acqua, cibo e servizi igienici.
La parte che i numeri non raccontano
La forma di violenza di genere più frequentemente segnalata tra aprile e giugno è stata la negazione di risorse e opportunità, con il 32% dei casi. Seguono la violenza psicologica (30,9%) e quella fisica (30,5%).
Poi ci sono le violenze sessuali. Ed è proprio qui che i numeri diventano più difficili da leggere.
L’UNFPA precisa che i dati comprendono soltanto gli episodi arrivati alle organizzazioni che assistono le vittime e non possono quindi stabilire quante donne subiscano realmente violenza nella Striscia.
A Gaza denunciare significa prima di tutto riuscire a trovare qualcuno a cui parlare. In circa 500 siti per sfollati, donne e ragazze non hanno facile accesso a spazi sicuri dedicati. A questo si aggiungono paura, stigma, rischio di ritorsioni e mancanza di privacy.
Per questo quel 27% in più racconta soltanto una parte della storia. Dice quanti casi sono riusciti ad arrivare fino a chi poteva registrarli.
Tutto ciò che rimane fuori, invece, non compare in nessuna statistica.
