Gli Stati Uniti e la Cina hanno concordato una proroga di due mesi della tregua commerciale, dal 10 novembre al 10 gennaio, al termine del vertice ospitato da Donald Trump con il presidente cinese Xi Jinping. L’incontro ha prodotto pochi risultati concreti rispetto al cerimoniale della visita di Stato, durata tre giorni. Sono rimaste profonde le divergenze sul commercio, sulla tecnologia e sul sostegno di Pechino all’Iran.
Oltre al prolungamento della tregua commerciale già in vigore, sono state avviate le discussioni sulle minacce legate all’intelligenza artificiale. Il rappresentante degli Stati Uniti al Commercio, Jamieson Greer, illustrerà soltanto lunedì i dettagli dei progressi compiuti e degli accordi raggiunti in numerose aree.
Il cerimoniale e il rapporto personale di Trump con Xi
Trump ha esaltato i progressi del vertice e ha puntato sulla spettacolarità dell’accoglienza, con l’obiettivo di costruire legami personali e mostrare che i due leader sono in grado di tenere sotto controllo la competizione sinoamericana. Ha fatto stendere il tappeto rosso e si è recato personalmente a ricevere Xi sulla pista della Joint Base Andrews.
Il programma ha incluso una cena di Stato con i principali esponenti delle grandi aziende tecnologiche e di Wall Street. Trump ha dedicato gran parte di giovedì, giornata centrale della visita, a un giro della Casa Bianca e dei lavori di ristrutturazione in corso, accompagnato da una rassegna di esibizioni militari. Nei suoi interventi ha insistito sul rapporto personale con Xi e sul rispetto nei suoi confronti.
Il presidente cinese ha partecipato da ospite, ma ha impostato la visita su obiettivi precisi, parlando soprattutto di relazioni tra Stati e di potenza nazionale: un approccio diverso da quello del padrone di casa.
Le priorità cinesi e il confronto sull’Iran
Il resoconto cinese del bilaterale nello Studio Ovale ha indicato come priorità il consolidamento della «stabilità strategica costruttiva», da usare per definire i confini dei comportamenti accettabili. Pechino puntava a limitare le restrizioni tecnologiche, prorogare la tregua e mostrare un approccio responsabile verso l’intelligenza artificiale.
Tra gli obiettivi figurava anche quello di spingere Trump a opporsi all’indipendenza di Taiwan, «così da gettare basi positive per lo sviluppo delle relazioni bilaterali», secondo il resoconto cinese. Queste richieste si sono in larga parte scontrate con la divergenza degli interessi.
Trump ha avvertito Xi che sarebbe «inaccettabile» per la Cina aiutare l’Iran. Lo ha riferito l’ambasciatore americano a Pechino David Perdue, indicando il sostegno in armi e intelligence costato la vita ai militari americani nel Golfo.
Xi ha messo in guardia da una più ampia «sfida gladiatoria a somma zero», richiamando la necessità della convivenza e di evitare la «trappola di Tucidide»: la teoria che descrive il rischio di guerra quando una potenza emergente sfida quella dominante.
I prossimi incontri e i giudizi sui risultati
Xi ha esplicitato l’obiettivo della visita poche ore prima di ripartire per Pechino sul Boeing Air China: «Quando il presidente Trump ha visitato la Cina a maggio, abbiamo concordato sulla visione di costruire una relazione costruttiva e stabilità strategica tra Cina e Stati Uniti. Questa volta, abbiamo concordato di arricchire la relazione di nuovi contenuti. Sarà una relazione costruttiva, basata sulla stabilità strategica, sul rispetto, sull’equità e sulla reciprocità». Le prospettive, ha aggiunto, «saranno sempre più luminose».
I giudizi dei media americani sono stati concordi sulla scarsità dei risultati: «Scarsi progressi visibili», ha scritto il New York Times; «Un vertice ricco di cerimoniale ma povero di risultati concreti», ha osservato il Wall Street Journal; «Sfarzo e simbolismo», secondo il Washington Post.
Trump e Xi hanno già confermato l’impegno a incontrarsi altre due volte nel 2026, all’Apec in Cina e al G20 in Florida, mostrando pubblicamente la loro amicizia.
