Il disavanzo dell’Italia è sceso dal 3,4% del 2024 al 3,1% del Pil nel 2025, ma resta sopra la soglia europea del 3%. I dati definitivi diffusi oggi dall’Istat confermano un risultato leggermente superiore alle precedenti stime. Il governo non potrà quindi ottenere quest’anno l’uscita anticipata dalla procedura per disavanzo eccessivo: per scendere sotto il limite sarebbe servito un disavanzo inferiore di circa 1,8 miliardi di euro.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha espresso «rammarico» per il mancato rientro anticipato. L’obiettivo dell’uscita resta però possibile nel 2027, ha sottolineato, in linea con il percorso già previsto. La procedura era stata avviata nel 2024 e impone all’Italia di seguire un programma di correzione concordato con Bruxelles.
I margini per la prossima legge di Bilancio
Il dato sul deficit italiano arriva durante la preparazione della prossima legge di Bilancio. Rispetto allo scenario di un’uscita anticipata dalla procedura, il mancato rientro sotto il 3% restringe lo spazio disponibile per le scelte del governo. La conseguenza riguarda anzitutto l’obbligo di continuare a rispettare il percorso di spesa netta concordato con l’Unione europea.
La permanenza nella procedura non comporta automaticamente nuovi tagli, né significa che Bruxelles possa imporre da subito una manovra straordinaria. Il vincolo è quello del percorso già concordato: il risultato del 2025 non consente di abbandonarlo in anticipo, ma non determina da solo l’obbligo di una nuova correzione straordinaria dei conti.
Le stime del ministero dell’Economia indicano per il 2026 un rapporto tra deficit e Pil del 2,9%. Il ritorno sotto la soglia è dunque possibile già quest’anno. Per chiudere la procedura, tuttavia, non basta un singolo dato inferiore al limite: secondo le regole europee, il rientro deve essere considerato credibile e duraturo.
Il governo ha anche chiesto di utilizzare la clausola nazionale di salvaguardia. Lo strumento consente agli Stati una certa flessibilità nel percorso di spesa per gli investimenti legati alla difesa e, nell’ambito previsto dalle nuove regole, all’energia. Questa possibilità non elimina però il tetto del 3%: per un Paese già sottoposto alla procedura, il ricorso alla clausola non determina automaticamente la chiusura del procedimento. La richiesta di flessibilità e l’uscita dalla procedura restano quindi due passaggi distinti.
Le regole europee, le sanzioni e il saldo primario
La procedura per disavanzo eccessivo è il meccanismo con cui l’Unione europea interviene per correggere gli squilibri eccessivi nei conti pubblici. I principali parametri sono due: un deficit non superiore al 3% del Pil e un debito pubblico non superiore al 60% del Pil. Il superamento di una soglia non fa scattare automaticamente una sanzione. La Commissione valuta la situazione e il Consiglio europeo può stabilire un percorso correttivo.
Le sanzioni possono arrivare se uno Stato non segue le raccomandazioni e non adotta le misure richieste. Per i Paesi dell’area euro, nei casi previsti dalle regole, il Consiglio può imporre anche un’ammenda fino allo 0,05% del Pil dell’anno precedente. L’ammenda è applicabile ogni sei mesi, fino al riconoscimento di un adeguamento effettivo. Il dato italiano non porta automaticamente a questo esito: la questione immediata riguarda i margini di bilancio e il rispetto degli impegni presi con Bruxelles.
La riduzione del disavanzo rispetto al 2024 non è stata sufficiente a superare la soglia richiesta per l’uscita anticipata. Il saldo primario, che misura il saldo dei conti pubblici al netto della spesa per interessi, è invece risultato positivo allo 0,8% del Pil.
Il 2027 resta l’orizzonte indicato dal governo per chiudere la procedura. Nei prossimi mesi il confronto con Bruxelles si intreccerà con la preparazione della legge di Bilancio, con le scelte sulla spesa per difesa ed energia e con la traiettoria del debito pubblico.
