La Casa Bianca ha revocato senza preavviso gli accrediti a più redazioni, provvedimento che le testate colpite definiscono arbitrario e legato alla contestazione della loro copertura. «Senza preavviso né procedura, la Casa Bianca ha revocato le credenziali dei nostri giornalisti perché contestava la nostra copertura», hanno affermato. E hanno aggiunto: «Se non viene contrastato, questo minaccia la libertà di stampa e il diritto del pubblico a un giornalismo indipendente, libero dalle interferenze del governo».
Ingressi negati e pool televisivo saltato
I cronisti esclusi non possono raggiungere le postazioni nel complesso presidenziale. CNN e MS NOW non hanno più accesso alle attrezzature televisive e alle aree per le telecamere interne. C’è anche un effetto immediato sulla copertura condivisa: la CNN è stata tagliata fuori dal turno di lunedì, quello destinato a garantire le riprese comuni e a seguire il presidente in trasferta a New York. Un’assenza pesante nel circuito del “pool”, che per prassi assicura la presenza minima di telecamere e taccuini.
Il Secret Service ha negato l’ingresso sabato ad Akayla Gardner (MS NOW), Betsy Klein (CNN) e Cheyenne Haslett (Politico), ritirando i tesserini. Gli accrediti risultavano già disattivati dopo l’annuncio del divieto. Da un lato la motivazione politica, dall’altro l’impatto operativo: salta il presidio ordinario della stampa, con ripercussioni sulla copertura delle attività presidenziali.
Donald Trump ha rivendicato venerdì la scelta richiamando «articoli negativi» e ha ventilato l’ipotesi di allargare l’elenco delle testate escluse. «Se vogliono scriverli, va bene. Non sono obbligato a farle entrare nella casa del popolo», ha dichiarato. Alcuni esperti di diritto e del Primo Emendamento hanno definito il provvedimento incostituzionale, improvviso, discriminatorio e dannoso per la capacità dei media di seguire le questioni nazionali.
Il Primo Emendamento e il precedente del 1977
La controversia giuridica ruota attorno alla discriminazione basata sul punto di vista, vietata dai tribunali federali. Nel merito, chi ricorre punta sulle motivazioni generiche addotte per la revoca: un terreno su cui, nell’ultimo anno, diversi giudici del tribunale distrettuale di Washington hanno già censurato pratiche discriminatorie, richiamando la tutela della libertà di stampa.
La giurisprudenza d’appello aggiunge un altro vincolo: niente revoche senza adeguate garanzie procedurali, soprattutto quando le aree sono aperte ai giornalisti e non si invocano esigenze di sicurezza nazionale. Il precedente più citato risale al 1977, quando i tribunali federali di Washington imposero il ripristino del tesserino tolto a Robert Sherrill, reporter di The Nation. In quella decisione, la corte d’appello scrisse che «il diniego di un accredito stampa della Casa Bianca viola il Primo Emendamento soltanto se si basa sul contenuto delle espressioni del giornalista o discrimina altrimenti una categoria di espressioni protette».
La stessa sentenza sottolineò inoltre un interesse più ampio del pubblico: «Non soltanto i giornalisti e le pubblicazioni per cui scrivono, ma anche il pubblico nel suo complesso hanno un interesse tutelato dal Primo Emendamento a garantire che le restrizioni alla raccolta delle notizie non siano più gravose del necessario e che i singoli giornalisti non siano arbitrariamente esclusi dalle fonti di informazione». In parallelo, questi passaggi vengono oggi richiamati per sostenere che l’esclusione non possa poggiare su giudizi qualitativi della copertura.
La linea della Casa Bianca e gli altri casi
Un funzionario del governo Trump ha sostenuto domenica, in un’intervista televisiva, che una pronuncia della Corte Suprema del 1965 sul rifiuto di convalidare passaporti per viaggi a Cuba può offrire sponda alla posizione presidenziale. La tesi, in sostanza, prova a spostare il baricentro dal terreno del Primo Emendamento a quello della discrezionalità amministrativa.
Non è la prima volta che l’accesso viene limitato durante i due mandati di Trump: tra i casi ricordati ci sono Jim Acosta (all’epoca alla CNN), Brian Karem (corrispondente di Playboy) e l’Associated Press. I tribunali, nella maggior parte degli episodi, hanno dato ragione ai giornalisti sulla base del precedente di 1977, pur ribadendo che non esiste un diritto illimitato a entrare nella Casa Bianca.
Le redazioni hanno affidato l’azione a Ted Boutrous, avvocato esperto di Primo Emendamento che rappresentò la CNN nella causa Acosta del 2018. Detto questo, la copertura non si ferma: la CNN ha dichiarato nel fine settimana che «la missione della CNN di raccontare il governo degli Stati Uniti continuerà indipendentemente da qualsiasi tentativo di limitare l’accesso fisico alla Casa Bianca e ad altri edifici governativi, o da qualsiasi altro tentativo di ostacolare il nostro giornalismo».
