“Me la immaginavo molto più fragile, molto più impaurita rispetto alla ragazza che mi sono trovata davanti”. Ilaria Ramoni ricorda così il primo incontro con Denise Cosco. All’epoca era una giovane avvocata dell’ufficio legale di Libera, guidato da Enza Rando. Denise non era ancora maggiorenne e da poco aveva dovuto fare i conti con la scomparsa della madre, Lea Garofalo.
Negli anni successivi Ramoni le sarebbe rimasta accanto durante il processo per l’omicidio di Lea. Un percorso che le ha permesso di conoscere Denise anche lontano dall’aula di tribunale e da quel paravento dietro cui testimoniò. Prima che diventasse un simbolo, prima ancora che la sua storia fosse conosciuta da tutti.
In questa intervista Ramoni torna a quegli anni e racconta soprattutto la Denise che ha conosciuto lei: una ragazza forte e coraggiosa, con le sue fragilità e un desiderio molto semplice, quello di costruirsi una vita normale.
Quando ha incontrato Denise per la prima volta, che ragazza si è trovata davanti?
“Il primo incontro con Denise avvenne insieme a Enza Rando, che all’epoca era responsabile dell’ufficio legale di Libera. Denise si era avvicinata a Libera tramite don Luigi Ciotti e quindi anche all’ufficio legale. Me la immaginavo molto più fragile, molto più impaurita rispetto alla ragazza che mi sono trovata davanti. Quando l’ho conosciuta non era neanche maggiorenne, era molto giovane e quanto accaduto era ancora recente. Era sconvolta, questo era evidente, ma molto determinata nella ricerca della verità sulla mamma. Non l’ho mai vista vendicativa o utilizzare toni e modalità sopra le righe, che sarebbero stati anche immaginabili e comprensibili in una situazione del genere”.
Dai racconti di Denise, che rapporto emergeva con sua madre Lea?
“Lea e Denise erano un tutt’uno, la roccia dell’altra. Erano cresciute insieme, anche perché Lea era molto giovane quando nacque Denise. Quasi due sorelle. Denise era molto protettiva nei confronti della mamma, anche quando ne parlava. E bisogna anche ricordare che, in occasione del primo tentativo di uccidere Lea a Campobasso, fu proprio Denise a salvare sua madre. La loro era sicuramente una vita complicata e difficile, ma non ho mai sentito Denise attribuire la responsabilità di quella vita a sua madre“.
Come raccontava gli anni trascorsi insieme alla madre?
“Raccontava con sofferenza la responsabilità di dover sistematicamente e periodicamente cambiare città, cambiare nome, rompere quei piccoli ma comunque importanti legami che si creavano nei diversi territori. Questo accadeva perché il padre di Denise e anche la famiglia di Lea riuscivano a rintracciarle. E poi ricordo profondamente che a Denise era mancata molto l’idea di una famiglia. Dalle sue parole si capiva che avrebbe voluto una famiglia normalissima, come tante altre, con anche le contraddizioni e i limiti delle famiglie normali”.
Durante alcune udienze lei era dietro il paravento insieme a Denise. Cosa vedeva che noi dall’esterno non potevamo vedere?
“Vedevo sicuramente una ragazza molto forte. Con delle fragilità, evidenti, ma era capace anche di ridere e fare battute lì dietro. Era una persona divertente, aveva un bellissimo sorriso. Non la voglio ricordare come una persona triste. Certo, durante le udienze c’erano momenti di profonda tristezza, momenti nei quali è facile sprofondare negli abissi dell’animo. Succede a tutti e, per chi ha vissuto quelle difficoltà e magari non ha una rete di sostegno forte e vicina, è ancora più facile”.
C’è un momento del processo in cui ha visto emergere tutta la forza di Denise?
- “Io ricorderò sempre una cosa: dopo la scomparsa di Lea a Milano, Denise era già convinta che fosse successo qualcosa alla madre, insistette per andare a denunciare la scomparsa e poi il padre la caricò in macchina e la portò in Calabria, dove stette per diverso tempo. Non aveva le prove, evidentemente, ma conosceva quelle logiche e aveva subito detto che secondo lei ‘l’avevano fatta sparire’. Durante il processo le venne chiesto perché fosse andata in Calabria e avesse fatto finta di niente, nonostante sapesse quello che era successo. Lei rispose spontaneamente e con molta lucidità che non aveva alternative: se non voleva fare la stessa fine, doveva far finta di credere a quello che le dicevano. In quella risposta, secondo me, è uscita tutta la forza, la determinazione e il coraggio di Denise”.
Che sentimenti provava Denise nei suoi confronti di suo padre?
“Posso dire che parole di odio vero non le ho mai sentite da Denise. Sicuramente voleva che chi aveva ucciso sua madre pagasse davanti alla giustizia e pagasse ciò che era giusto, ovvero l’ergastolo. Anzi, durante il processo avevo sentito Denise dire con le mie orecchie: ‘Io non odio mio padre, ma provo pena perché poteva avere l’amore di una famiglia, di una figlia, e ha rinunciato a tutto questo’“.
Cosa ricorda del momento della sentenza?
“Io, Denise ed Enza Rando eravamo insieme quando venne pronunciata la sentenza. Ma nessuno esultò. Quando vengono comminati degli ergastoli non c’è una gioia. Sei contento che venga fatta giustizia, ma non c’è gioia.
Pochi giorni dopo la sentenza di primo grado incontrai sugli scaloni del Tribunale la presidente di quel collegio. Mi fermò per salutarmi e mi disse: ‘Adesso per Denise sarà difficile’. Fino a quel momento c’era stato il processo e inevitabilmente anche una certa esposizione mediatica. Ma per Denise, finito tutto questo, rimaneva una domanda molto concreta: adesso come si fa una vita normale? Non sapevo rispondere allora e non saprei rispondere neanche adesso. Da lì iniziava il dover costruire, mattoncino dopo mattoncino, una vita a prescindere dalla tragedia che aveva colpito lei e sua madre”.
Dopo il processo, cosa rimane della rete di sostegno che si era creata intorno a Denise?
“Quella rete non si è mai sciolta. Ancora oggi in tutta Italia, se parliamo di Libera, esistono presidi dedicati a Lea Garofalo e la sua storia è riuscita ad andare oltre il movimento antimafia, entrando anche nella riflessione sul femminicidio e sul patriarcato.
Anche il servizio di protezione si è sempre comportato con Denise quasi come con una figlia. Quindi, per quello che so, Denise non è stata abbandonata. Credo però che a un certo punto volesse provare a costruirsi una vita ritirata. Sapeva che nessuno si era dimenticato di lei e di sua madre, ma probabilmente aveva scelto di provare a costruirsi quella vita normale e semplice che forse aveva sempre desiderato. Si era creata una famiglia, aveva un compagno, un figlio e un lavoro.
Avrebbe potuto continuare a raccontare pubblicamente la propria storia. Ci sono testimoni di giustizia che scrivono libri, incontrano studenti e vanno nelle scuole. Denise avrebbe potuto farlo. Il fatto che non lo abbia fatto ci porta a pensare che sia stata una sua scelta”.
Oltre a proteggerla si è riusciti davvero ad aiutarla a costruire una vita normale che desiderava?
“Un conto è sentire l’affetto delle persone da lontano e sapere di non essere stati dimenticati. Un altro è doverti ricostruire una vita in un luogo che non è il tuo, dove puoi anche farti nuovi amici, ma non potrai mai dire chi sei veramente, qual è il tuo percorso e perché sei finita lì. Pensiamo alle domande più banali: ‘Dove hai studiato?’, ‘Da dove vieni?’, ‘Tua mamma?’. Sono domande alle quali non puoi dare le risposte vere. È una bella salita ricostruirsi dei legami importanti e solidi quando hai tutto un background che di fatto non esiste.
Questa è una difficoltà insita nella protezione stessa, non mi sento di chiamarlo abbandono. Ma è una scelta gravosa per sempre. Ci vuole sicuramente un supporto psicologico importante, ma non so neanche quanto possa essere risolutivo in una situazione del genere. È qualcosa che ti porti dietro tutta la vita, a livello psicologico ed emotivo”.
Dopo la morte di Denise è stato aperto un fascicolo per istigazione al suicidio. Come vive questa decisione della magistratura?
“È un atto dovuto, ma anche una giusta attenzione istituzionale davanti a una situazione talmente particolare da richiedere un supplemento di verifica, per capire se non ci sia dell’altro. Questo anche per continuare a rendere giustizia a Lea, a Denise e soprattutto a suo figlio, che un domani avrà diritto di sapere come sono andate veramente le cose”.
Fare chiarezza su quello che è successo a Denise potrebbe accendere anche una luce sul “dopo” nella vita dei testimoni di giustizia?
“Quello che questa situazione può fare, a prescindere da ciò che emergerà dalle indagini, è portarci a riflettere su come si possa migliorare la normativa sui testimoni di giustizia nel momento in cui finisce il processo, finisce la testimonianza e bisogna ricostruirsi una vita. Bisogna cercare di capire come si può stare più e meglio vicino ai testimoni.
In questi giorni tanti testimoni di giustizia stanno raccontando le loro esperienze. E credo che, a prescindere da tutto, di queste esperienze si debba fare tesoro, ragionando sulle leggi e aprendo una riflessione ulteriore su questo tema”.
Fino a quando è rimasta in contatto con Denise?
“Fino alla fine del processo. Quando il processo terminò, i rapporti diventarono anche più difficili perché Denise era sotto protezione. Ma secondo me aveva proprio voglia di provare a costruire una vita semplice. Non di slegarsi dalla propria storia, perché era impossibile, ma di non dover sempre e solo ripensare alla sua storia”.
Quando ha saputo che Denise aveva un compagno ed era diventata madre, cosa ha pensato?
“Sono stata molto contenta, perché era un po’ come dire: allora ce l’ha fatta a crearsi lei quella famiglia che aveva sempre voluto. Per Denise la famiglia era sempre stata qualcosa di molto importante. Quindi sapere che aveva un compagno e che era diventata madre per me era stata una notizia molto bella”.
E cosa pensò quando seppe che era andata a trovare suo padre in carcere?
“Mi stupì e mi lasciò perplessa perché il padre era stato la causa di tutta la sua tragedia familiare. Potrebbe aver influito il fatto di essere diventata madre. Quando si diventa genitori si ripensa tanto alla propria infanzia, a come siamo stati da bambini e alla vita che vogliamo dare a nostro figlio. Ci sono ferite interiori che magari avevamo accantonato e che possono riaprirsi quando si diventa genitori. Io ho interpretato anche così, personalmente, quella voglia di rivedere il padre”.
Denise era diventata un simbolo. Che rapporto pensa avesse con quel ruolo?
“Credo che quando don Luigi Ciotti, dopo la morte di Denise, ha detto ‘Non giudichiamola, non innalziamola, lei non lo vorrebbe’, abbia interpretato qualcosa che anch’io avevo sempre percepito. Denise non voleva essere messa al centro dell’attenzione, non voleva essere il simbolo di qualcosa. Lo è diventata, insieme a sua mamma, ma non se l’è cercato. Probabilmente non lo avrebbe neanche mai voluto.
Naturalmente sono simboli positivi, che possono aiutare il riscatto di altre persone, di altre donne, di altre storie e di altre famiglie. Ma quando don Luigi dice “non innalziamola”, credo ci sia anche questo: rispettare la persona che voleva provare a fare una vita normale“.
C’è qualcosa che, dopo la morte di Denise, secondo lei è stato raccontato male?
“Non mi piace che in alcune situazioni ne esca il ritratto di una persona fragile, disperata, abbandonata. Mi sembra giusto ricordare una Denise coraggiosa e forte. Se una ragazza di 17 anni non fosse stata coraggiosa e forte, non sarebbe riuscita a fare quello che ha fatto lei. Si è impegnata con tutta se stessa per ottenere giustizia per sua madre, quella giustizia che Lea in vita non era riuscita a ottenere.
Secondo me a Denise non sarebbe piaciuto essere raccontata come una persona timorosa e incapace di gestire la propria vita. No. Denise sapeva bene come comportarsi, era forte, era coraggiosa. Anche durante il processo, se c’era qualcosa a cui non voleva rispondere, non rispondeva. Giustamente. Poi è chiaro: come tutte le persone, anche le più forti, aveva delle fragilità. Ma questo non significa essere deboli. Significa semplicemente essere esseri umani. Questo è l’aspetto che non vorrei andasse perso”.
Come ha saputo della morte di Denise?
“Mi hanno chiamata i carabinieri. Non quando c’era stato il tentativo, ma quando poi Denise è morta. Pur sapendo che negli anni i nostri rapporti si erano interrotti, sapevano perfettamente che cosa c’era stato tra noi, la vicinanza e il rapporto che avevamo avuto. Per questo mi hanno chiamata per dirmelo”.
Qual è stato il suo primo pensiero?
“Non potevo crederci. Io ero nel mio studio e dopo quella telefonata non ho più risposto a nessuno, perché era difficile parlare. Era difficile parlarne. è stata doppiamente tragica. Per quello che è successo a Denise, naturalmente, ma anche perché ti porta a rivivere un intero periodo della tua vita.
E poi arrivano inevitabilmente gli interrogativi: uno sa di aver fatto, fino a quando l’altra persona lo ha permesso, tutto quello che poteva. Ma le domande arrivano comunque: cosa si poteva fare? Si poteva fare qualcosa di diverso?”.
Quanto l’ha cambiata conoscere Denise?
“Denise l’ho conosciuta quando avevo 31 anni e a me ha cambiato tutto. Mi ha dato la forza di scegliere. A volte, magari per paura dell’incognito o del futuro, non facciamo determinate scelte perchè scomode o difficili. Io invece pensavo: caspita, lei è riuscita a fare quello che ha fatto e io sto qui a riflettere se questa scelta sia giusta o sbagliata? Quindi sì: c’è un prima e un dopo Denise nella mia vita, assolutamente”.
Quando oggi sente il nome Denise, qual è l’immagine che le appare immediatamente?
“Quegli occhi stupendi che adesso avete visto anche voi. E poi il sorriso di una serata in cui c’era anche Enza. Eravamo in una casa, su un divano arancione, lo ricordo nitidamente, e guardavamo un film in videocassetta. Ridevamo, scherzavamo e Denise raccontava alcune cose serene, belle, delle serate banali che trascorreva con la mamma. Non stavano facendo niente di straordinario. Ed è proprio questo il punto: quella semplicità che noi diamo troppo spesso per scontata e che invece, per alcuni, è una chimera.
Ecco, io porterò con me un viso molto sereno, molto disteso. Sorrideva come dovrebbe fare una ragazza normale della sua età”.
