Il Senato ha riaperto il cantiere della riforma elettorale, riportando in primo piano il tema delle preferenze. Il testo arrivato in Aula conferma il 42% come soglia per il premio di maggioranza, ma la discussione si è spostata con forza sul meccanismo di attribuzione dei seggi. Non è un dettaglio di forma: da questa scelta dipende l’architettura complessiva della legge.
Più nel dettaglio, le opposizioni hanno messo sul tavolo emendamenti che reintroducono le preferenze anche per il Senato, spingendosi a estenderle a tutti gli eletti. In questo quadro, Fratelli d’Italia starebbe valutando di appoggiare alcune proposte del Pd per ripristinare le preferenze “pure”, cioè senza capilista bloccati. La valutazione è in corso e viene descritta con prudenza: la scelta non è stata ancora definita.
Preferenze e maggioranza: il nodo interno
L’ipotesi di generalizzare le preferenze mette in tensione la maggioranza. Forza Italia, tradizionalmente contraria a questo strumento, ha alzato la barriera: fonti azzurre hanno fatto sapere che il partito voterà contro qualsiasi deviazione dagli accordi di coalizione, richiamando gli alleati alla lealtà. Il segnale è netto e mira a congelare fughe in avanti.
La Lega ha ribadito una linea di continuità: per il Carroccio il testo “va bene così com’è” e non prevede aperture su modifiche sostanziali al capitolo preferenze. D’altra parte, il combinato disposto di posizioni diverse complica la costruzione di una maggioranza coesa su questo passaggio e rende probabile un voto serrato in Aula. Da qui la sensazione di una partita ancora aperta, pur dentro un perimetro fissato dalla soglia del premio.
Premio, soglie e la norma “anti-cespugli”
Sul piano tecnico, accanto alla conferma del premio, scorre la discussione sulla norma “anti-cespugli”. Le opzioni sono tre: escludere dal computo i partiti sotto il 2%, fermarsi all’1% – come nel Rosatellum – oppure non escludere alcun voto. La terza strada troverebbe orecchie attente in ambienti vicini a Fratelli d’Italia, mentre Lega e Forza Italia chiedono verifiche tecniche e mettono in guardia sugli effetti collaterali.
Secondo quanto riferito in ambienti parlamentari, il Quirinale avrebbe segnalato un rischio: costruire soglie diverse per il calcolo dei voti dei partiti coalizzati, soprattutto in presenza del premio di maggioranza, potrebbe produrre risultati non perfettamente allineati con la volontà degli elettori. Un punto delicato, riconosciuto anche da chi lavora al testo: è possibile non contare i voti più piccoli ai fini dell’assegnazione dei seggi, ma l’impatto sul bilanciamento complessivo del sistema va calibrato con attenzione.
Intanto un’altra ipotesi è rientrata: in Aula è stata accantonata l’introduzione del ballottaggio nella legge, stoppata dalla contrarietà di Lega e Forza Italia. La pista si è chiusa senza strappi, segno che su questo punto la maggioranza ha scelto di non dividersi ulteriormente.
Il confronto non è rimasto confinato ai lavori parlamentari. Su Facebook Roberto Vannacci ha sollecitato i gruppi della destra a sostenere le preferenze pure al Senato, richiamando quanto accaduto alla Camera. «Ne va della coerenza di FdI», ha scritto, chiedendo un segnale chiaro. Il post aggiunge pressione politica su una trattativa già complessa e attraversata da sensibilità diverse.
L’iter procede su binari definiti: è atteso un voto conclusivo in Aula al Senato, passo che farà da ponte al successivo approdo alla Camera per la prosecuzione dell’esame. I calendari parlamentari indicano la scansione dei passaggi, mentre gli uffici di presidenza hanno fissato il prossimo step: il pronunciamento del Senato, snodo che dirà se e come la maggioranza terrà insieme premio, preferenze e regole “anti-cespugli”.
