Un lungo messaggio affidato ai social per spiegare una posizione che, a suo dire, sente da tempo il bisogno di difendere. Francesca Verdini, compagna di Matteo Salvini, ha pubblicato su Instagram un post composto da dieci card ricche di testo nel quale affronta il tema del fascismo e del modo in cui le sue idee politiche vengono percepite dagli altri. Al centro delle sue parole c’è la volontà di respingere l’etichetta di “fascista” e di contestare quello che considera un doppio standard nel giudicare comportamenti e dichiarazioni provenienti da schieramenti politici diversi.
Verdini: “Sento di dovermi giustificare per ciò che penso”
Verdini racconta di aver avvertito per molto tempo la necessità di spiegare pubblicamente le proprie convinzioni. Secondo il suo racconto, il problema non riguarderebbe soltanto il voto espresso, ma il modo in cui questo viene utilizzato per mettere in discussione anche la sua intelligenza, la sensibilità e il valore personale.
La produttrice cinematografica sostiene di essersi sentita considerare non abbastanza colta, preparata o consapevole. E, nella sua esperienza, alla fine delle discussioni tornerebbe sempre la stessa definizione: “fascista”, arrivando in alcuni casi anche all’espressione “sporca fascista”.
Il riferimento alla nonna che combatté il fascismo
Nel post Verdini richiama anche la storia della propria famiglia. “Mia nonna il fascismo lo ha combattuto”, scrive, spiegando di non aver mai riconosciuto dentro di sé qualcosa che possa essere definito fascista.
Il riferimento alla nonna diventa così uno degli elementi centrali della sua riflessione, che Verdini presenta come una presa di posizione personale sul significato delle proprie idee e sul diritto di esprimerle senza essere automaticamente ricondotta a un’etichetta politica.
Le paure raccontate dagli artisti
Una parte del messaggio riguarda direttamente il suo lavoro nel cinema. Verdini racconta che nel corso della sua attività di produttrice le capita spesso di ascoltare le opinioni di attori, registi e sceneggiatori, i quali però, dopo averle confidato ciò che pensano, aggiungerebbero una richiesta precisa: “Non dirlo. Poi non mi fanno più lavorare”.
Secondo la produttrice, questo atteggiamento sarebbe il sintomo di un clima nel quale alcune persone temono conseguenze professionali per le proprie opinioni. È proprio da questa esperienza che nasce una parte della sua critica nei confronti di quello che considera un trattamento diverso a seconda dello schieramento di chi parla o agisce.
Gli episodi citati nel post di Verdini
Per sostenere la propria tesi, Verdini richiama quindi diversi episodi e dichiarazioni attribuiti a personaggi pubblici. Nel suo messaggio cita Enzo Iacchetti, che secondo lei avrebbe minacciato di picchiare e augurato la morte a un ministro, e Saverio Tommasi, al quale attribuisce dichiarazioni sulle botte ai “fascisti” considerate come una forma di legittima difesa.
Nel suo elenco compaiono inoltre Stefano Bonaccini, per una dichiarazione secondo cui chi vota a destra avrebbe mediamente studiato meno, Brigitte Macron, che Verdini afferma avrebbe colpito al volto il marito, e Rula Jebreal, alla quale attribuisce l’uso del termine “scimmia” nei confronti di un uomo afroamericano.
“Se le parti fossero invertite?”
Il punto della riflessione, spiega Verdini, è capire se gli stessi comportamenti vengano giudicati allo stesso modo indipendentemente dall’appartenenza politica o ideologica di chi li compie. “Se le parti fossero invertite, il metro sarebbe lo stesso?”, si chiede nel post.
La produttrice mette così in discussione quello che considera un criterio di giudizio non uniforme, sostenendo che determinati atteggiamenti non dovrebbero essere giustificati o minimizzati sulla base dell’appartenenza a uno schieramento ritenuto più vicino alle proprie convinzioni.
Verdini: “Non esistono minacce democratiche”
Verdini prosegue la sua argomentazione rifiutando l’idea che possano esistere eccezioni legate alla causa politica sostenuta. Nel suo messaggio afferma che non dovrebbero essere considerati accettabili né “insulti progressisti” né “minacce democratiche”, così come non dovrebbero esserci violenze rese lecite dal richiamo all’antifascismo.
Il principio espresso dalla compagna di Salvini è che un comportamento sbagliato non possa diventare giusto semplicemente perché viene compiuto dalla parte considerata quella corretta. La critica, quindi, non è rivolta soltanto agli episodi specifici citati, ma più in generale al modo in cui vengono applicati i criteri di giudizio nel dibattito pubblico.
La conclusione e il richiamo alla nonna
Nella parte finale del lungo post, Verdini sostiene di non essere l’unica a percepire questa che definisce un’ipocrisia. A suo giudizio, sarebbero numerose le persone che ne avvertono il peso ma che preferiscono non esporsi.
Lei, invece, afferma di voler continuare a parlare senza lasciarsi intimidire. E torna ancora una volta alla figura della nonna: secondo Verdini, proprio come la nonna aveva continuato a esprimere le proprie convinzioni quando il fascismo esisteva realmente, anche lei vuole continuare a dire ciò che pensa senza farsi frenare dalla paura.
