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Ex Ilva, l’allarme dell’indotto: “Oltre 2.500 licenziamenti, è una sconfitta industriale e umana”

Aigi ha trasmesso ai sindacati 28 lettere per l’avvio delle procedure di licenziamento collettivo. Il presidente Convertino: “Un atto estremo e doloroso, le alternative promesse per Taranto oggi non esistono”

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stabilimento dell'ex Ilva a Taranto per due operai feriti sul lavoro

Lo stabilimento dell’ex Ilva | Photo by mafe de baggis licensed under CC BY-SA 2.0 (https://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.0/) – Alanews.it

Martina Beretta di Martina Beretta

Mi chiamo Martina Beretta e sono una content editor e autrice digitale. Da anni lavoro nel mondo dei podcast e dei contenuti digitali, occupandomi di storytelling, approfondimenti editoriali e narrazione social. Ho collaborato alla crescita del progetto Passa dal BSMT, seguendo la scrittura e lo sviluppo di contenuti tra attualità, cultura e intrattenimento. Oggi collaboro anche con Ala News, dove unisco linguaggio giornalistico e sensibilità digitale.

Si aggrava la crisi dell’ex Ilva di Taranto e a pagare il prezzo dell’incertezza sul futuro dello stabilimento rischiano di essere oltre 2.500 lavoratori dell’indotto. Aigi, l’associazione che riunisce le imprese dell’indotto e dell’appalto siderurgico, ha trasmesso ai sindacati 28 lettere relative all’avvio delle procedure di licenziamento collettivo.

Una decisione che il presidente dell’associazione, Nicola Convertino, definisce “un atto estremo e doloroso”, legato alla prospettiva della chiusura dell’area a caldo già nel mese di ottobre e all’assenza, secondo Aigi, di concrete possibilità di riavvio.

Aigi: “Dietro ogni lettera c’è una famiglia”

“Licenziare le nostre maestranze significa privarsi del patrimonio più prezioso e dell’orgoglio delle nostre aziende”, scrive Convertino nella lettera inviata ai sindacati. Per Aigi la situazione attuale sarebbe il risultato della mancanza di una programmazione capace di garantire continuità alle aziende dell’indotto e del mancato avvio concreto della costruzione dei nuovi impianti destinati alla decarbonizzazione.

Le procedure annunciate coinvolgono complessivamente 2.500 lavoratori. Un dato dietro il quale, sottolinea l’associazione, ci sono persone che in molti casi lavorano nel settore da decenni.

“Dietro ciascuna di quelle lettere c’è una persona; dietro ciascuna persona, quasi sempre, c’è una famiglia”, afferma Convertino, parlando di una “sconfitta industriale, politica, economica e, soprattutto, umana”.

Il presidente di Aigi ricorda inoltre come lo stabilimento tarantino, tra i maggiori complessi siderurgici europei, abbia attraversato in oltre sessant’anni crisi economiche, cambi di proprietà, procedimenti giudiziari, sequestri e commissariamenti. Il rischio, sostiene, è che oggi possa invece “spegnersi per consunzione”, senza che sia già operativo un piano alternativo capace di assorbire i lavoratori.

“Le alternative per Taranto oggi non esistono”

Aigi affronta anche il nodo del rapporto tra industria e territorio, precisando di non voler dimenticare “le ferite che questa industria ha inferto alla città, all’ambiente e alla popolazione”. Secondo l’associazione, però, lo stabilimento attuale non sarebbe più quello di dieci anni fa, anche grazie agli investimenti realizzati negli impianti per l’abbattimento degli inquinanti.

Il problema immediato, per le aziende dell’indotto, resta quello delle prospettive occupazionali. Convertino si dice favorevole all’arrivo di nuove attività produttive a Taranto, ma avverte che gli annunci e le manifestazioni di interesse non possono essere considerati equivalenti a posti di lavoro già disponibili.

“Una manifestazione di interesse non costituisce una fabbrica, non è un capannone e non rappresenta un posto di lavoro”, afferma. Secondo Aigi, prima che eventuali nuovi investimenti possano tradursi in una reale alternativa occupazionale potrebbero trascorrere almeno sette-dieci anni, anche nello scenario più favorevole.

Il nodo della chiusura degli impianti

L’associazione chiede quindi che qualsiasi eventuale uscita dal ciclo integrale avvenga attraverso una transizione programmata, finanziata e gestita dal punto di vista tecnico. La semplice cessazione della produzione, osserva Aigi, non eliminerebbe infatti le necessità di sicurezza, manutenzione, monitoraggio e bonifica di un complesso industriale delle dimensioni dell’ex Ilva.

“Lasciare morire un gigante industriale non equivale a farlo scomparire”, avverte l’associazione, respingendo l’idea di una fabbrica semplicemente “chiusa e basta”.

Convertino mette infine in guardia dal rischio di affidare il futuro occupazionale del territorio esclusivamente agli ammortizzatori sociali, ai prepensionamenti e ad altre forme di sostegno, sostenendo che una prospettiva di questo tipo finirebbe per compromettere ulteriormente le possibilità di rilancio industriale e lavorativo di Taranto.

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