Ratko Mladic è morto all’Aja mentre scontava l’ergastolo. Aveva 84 anni. Il generale serbo, riconosciuto colpevole per il genocidio di Srebrenica e per altri crimini commessi durante la guerra in Bosnia, era detenuto nella struttura giudiziaria internazionale dove la condanna è stata confermata in appello.
Il processo e la condanna
Il percorso giudiziario che ha portato alla condanna definitiva di Mladic si è svolto davanti ai giudici dell’Aja e alla Corte penale internazionale. Dopo anni di udienze e memorie difensive, la sentenza di primo grado è arrivata nel 2017 con il riconoscimento di responsabilità per crimini di guerra, crimini contro l’umanità e genocidio. Nel 2021 i giudici d’appello hanno confermato integralmente il verdetto. Da quel momento l’esecuzione della pena è risultata definitiva: ergastolo. Mladic ha quindi proseguito la detenzione nei Paesi Bassi, mentre gli atti processuali venivano archiviati nella fase esecutiva. In quel contesto, ogni margine residuo si è trasferito su aspetti logistici e sanitari legati alla carcerazione.
Il massacro di Srebrenica
Al centro del capo d’accusa è rimasto il massacro di Srebrenica, nel luglio 1995, qualificato come genocidio dai giudici. Secondo i conteggi ufficiali riportati negli atti, furono uccisi almeno 8.372 uomini bosgnacchi. L’operazione, ordinata e coordinata da reparti sotto il suo comando, rappresenta l’episodio più grave della guerra in Bosnia ed è divenuta il cardine probatorio del procedimento. Inoltre, il dispositivo accusatorio ha inquadrato il ruolo di Mladic nella lunga campagna militare che includeva l’assedio di Sarajevo, a conferma di una strategia a sfondo etnico ricostruita in aula con documenti, tracciati operativi e testimonianze. Di lì, la cornice dei reati è stata definita su più livelli, fino alla decisione conclusiva in appello.
Latitanza, arresto e condizioni di salute
Dopo la fine del conflitto, Mladic è rimasto irreperibile per quasi sedici anni. Fu arrestato nel 2011 in Serbia, al termine di una latitanza sostenuta da reti di protezione locali, e pochi giorni dopo venne estradato all’Aja per affrontare il processo. Da quel momento la detenzione è proseguita senza interruzioni. Con il passare degli anni, le condizioni di salute si sono aggravate: un ictus e un infarto sono stati citati nella richiesta di scarcerazione per motivi medici presentata dal figlio Darko. La difesa ha invocato ragioni umanitarie; tuttavia, l’istanza è stata respinta e il regime carcerario non è cambiato. In parallelo, la gestione clinica è stata affidata ai protocolli della struttura detentiva olandese, come avviene per i detenuti sottoposti a condanne internazionali.
Il profilo del comandante delle forze serbo-bosniache resta centrale per ricostruire le dinamiche della guerra in Bosnia-Erzegovina. Le imputazioni, discusse e valutate in un percorso processuale multilivello, hanno fissato in sede giudiziaria la responsabilità penale sulle azioni che condussero al genocidio di Srebrenica e su altri crimini collegati alla strategia militare. A distanza di anni, la notizia della morte si intreccia con il lavoro di memoria e con le discussioni pubbliche nelle comunità colpite, mentre il quadro giudiziario resta definito dagli esiti del 2017 e del 2021.
La morte è stata registrata il 27 agosto 2026. Con l’annotazione ufficiale del decesso si aprono le procedure amministrative connesse allo stato detentivo e alla chiusura dell’esecuzione della pena.
