La procura ha concluso la propria esposizione nel processo contro Lindsay Clancy, la 36enne del Massachusetts accusata di aver ucciso i suoi tre figli nella casa di famiglia a Duxbury. Dopo circa tre settimane di testimonianze, lunedì 17 agosto l’accusa ha dichiarato chiuso il proprio caso davanti alla Plymouth Superior Court. Adesso sarà la difesa a chiamare i suoi testimoni, in un procedimento che ruota soprattutto attorno a una domanda: quale fosse lo stato mentale della donna al momento della morte dei bambini.
Clancy è accusata dell’omicidio di Cora, 5 anni, Dawson, 3, e Callan, di appena otto mesi, morti il 24 gennaio 2023. La donna non contesta di aver strangolato i figli, ma si è dichiarata non colpevole. Il suo avvocato, Kevin Reddington, sostiene infatti che non possa essere considerata penalmente responsabile perché in quel momento sarebbe stata affetta da psicosi postpartum e da un grave disturbo mentale, in un quadro che la difesa collega anche ai numerosi farmaci psichiatrici che le erano stati prescritti.
La ricostruzione dell’accusa
La tesi dei procuratori è molto diversa. Secondo l’accusa, Clancy avrebbe agito consapevolmente e avrebbe organizzato le circostanze necessarie per rimanere sola con i bambini, chiedendo al marito Patrick di uscire di casa per comprare del cibo e alcuni medicinali. Dopo aver strangolato i tre figli, avrebbe tentato di togliersi la vita, ferendosi ai polsi e gettandosi da una finestra. La caduta le ha provocato lesioni che l’hanno lasciata paralizzata.
Nel corso del processo la procura ha chiamato quasi 70 testimoni, tra familiari, soccorritori, investigatori e professionisti che avevano seguito Clancy nei mesi precedenti alla tragedia. Particolare attenzione è stata dedicata proprio al suo percorso psichiatrico. Diversi medici hanno riferito di non aver osservato in lei sintomi di psicosi o mania, mentre sono emersi episodi di forte depressione, pensieri suicidari e numerosi cambiamenti nella terapia farmacologica.
Tra gli elementi presentati in aula ci sono anche le ricerche effettuate online da Clancy prima degli omicidi. La donna aveva cercato informazioni su allucinazioni, psicosi, suicidio e possibili effetti collaterali dei medicinali che assumeva. Per l’accusa, tuttavia, queste ricerche non dimostrano che fosse psicotica al momento dei delitti e alcuni elementi sarebbero invece compatibili con una condotta pianificata.
La battaglia sulla salute mentale
La difesa punta invece a ricostruire un progressivo deterioramento delle condizioni psicologiche della 36enne. Clancy aveva chiesto aiuto a diversi professionisti, era stata ricoverata e aveva contattato anche servizi di assistenza per persone con pensieri suicidari. Uno dei nodi del processo riguarda proprio la frammentazione delle cure ricevute e il numero di farmaci prescritti nei mesi precedenti alla morte dei bambini.
Con la conclusione del caso dell’accusa, il processo entra ora nella fase decisiva. Toccherà agli avvocati di Clancy cercare di dimostrare che la donna, pur avendo materialmente ucciso i figli, non fosse in grado di comprendere pienamente la natura o l’illiceità delle proprie azioni a causa della malattia mentale. Se riconosciuta colpevole di tutti e tre gli omicidi di primo grado, rischia l’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale; un verdetto di non responsabilità penale per infermità mentale aprirebbe invece la strada al ricovero in una struttura psichiatrica.
