Giorgia Meloni e Mette Frederiksen hanno costruito una collaborazione pratica sulle politiche migratorie che è diventata visibile durante la crisi a Ceuta. Le due hanno infatti promosso una lettera alle istituzioni europee, sottoscritta dai governi di altri venti Paesi, con la quale si chiedeva una riunione urgente dei ministri dell’Interno e si criticava implicitamente la gestione del governo spagnolo guidato da Pedro Sánchez. Meloni e Frederiksen hanno poi pubblicato lunedì 10 agosto un messaggio comune sui social dichiarandosi unite nella volontà di “proteggere l’Europa” dall’immigrazione irregolare.
Questa vicinanza è anomala per le famiglie politiche di appartenenza: la prima è a capo di Fratelli d’Italia, la seconda guida i Socialdemocratici danesi. Ma i fatti mostrano un’intesa articolata e continuativa, non un episodio isolato, con incontri preparatori e iniziative congiunte che hanno spostato il dossier migratorio verso il centro del dibattito europeo.
La questione migranti e la crisi di Ceuta
La crisi a Ceuta ha rappresentato un banco di prova per la collaborazione: la lettera congiunta ai vertici europei e la richiesta di convocare i ministri dell’Interno sono fatti concreti che hanno reso pubblica l’intesa. Nella missiva, i governi firmatari sollecitavano una reazione comune alle pressioni migratorie e mettevano indirettamente in discussione le scelte di Madrid guidata da Pedro Sánchez. La comunicazione congiunta sui social è stata presentata dalle due leader come una dichiarazione politica condivisa sulla necessità di fermare i flussi irregolari e rendere più efficaci i rimpatri.
Il coinvolgimento di altri venti Paesi ha trasformato l’iniziativa in un segnale multilaterale: non si è trattato solo di un accordo bilaterale, ma di una mobilitazione che ha cercato di cementare posizioni comuni all’interno dell’Unione sui controlli alle frontiere e sulle procedure di gestione degli arrivi.
L’origine degli incontri e le proposte operative
La collaborazione non è nata con Ceuta. Già dall’autunno del 2024 Meloni e Frederiksen avevano avviato incontri informali prima dei Consigli europei con altri leader favorevoli a irrigidire le norme sull’asilo. Inizialmente partecipò anche l’allora premier olandese Dick Schoof; in seguito il gruppo si è allargato fino a coinvolgere il cancelliere tedesco Friedrich Merz.
Su proposte operative, la Danimarca si era mossa in anticipo: il governo ha discusso la possibilità di creare centri per richiedenti asilo in Ruanda. L’Italia ha seguito una strada analoga sul piano pratico, puntando su un accordo con Albania per gestire alcune procedure esterne ai confini europei. Queste scelte hanno reso il tema dei centri esterni e dei rimpatri una delle direttrici concrete dell’intesa.
Motivazioni reciproche e conseguenze politiche
Per entrambe le leader l’intesa offre vantaggi distinti: per Meloni è uno strumento per argomentare in chiave politica contro il centrosinistra italiano, mostrando che misure rigide non sono un monopolio della destra. Per Frederiksen, invece, il rapporto con l’Italia rappresenta un argine alle critiche interne del Partito Popolare Danese, che accusa il governo socialdemocratico di non essere sufficientemente duro sull’immigrazione.
La convergenza si è spinta anche oltre il dossier migratorio: Frederiksen ha citato il sostegno italiano durante le tensioni nate dalle dichiarazioni di Donald Trump sulla Groenlandia come esempio di cooperazione reciproca. Sul fronte giuridico, la premier danese è arrivata nel 2025 a criticare la Corte europea dei diritti dell’uomo, sostenendo che alcuni vincoli ostacolavano le espulsioni, posizione particolarmente netta per una leader socialdemocratica.
